Le pagine "utili" della Stampa. Aumentano le estorsione nel commercio ( A Milano)

 PANORAMA 
CONFCOMMERCIO: AUMENTANO LE ESTORSIONI MA DENUNCIANO SOLO 5 SU CENTO 

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Lo scorso aprile Confcommercio, in collaborazione con Eurisko, ha chiesto a 60 mila titolari di impresa(venditori ambulanti, benzinai, tabaccai, baristi e ristoratori, orafi, proprietari di negozi di abbigliamento e alimentari) la loro percezione sull’andamento dei crimini negli ultimi tre anni. La percentuale di quelli che hanno preferito non esprimersi oscilla, a seconda del reato (estorsioni, usura, furti, rapine) tra il 15 e il 40 per cento.

Per quanto riguarda le estorsioni, gli esercenti che non hanno risposto sono il 38 per cento e il silenzio è stato più frequente nel Nord-Est e al Centro. Tra quelli che hanno risposto il 15 per cento ritiene che il fenomeno sia aumentato, il 42 per cento che sia rimasto stabile. L’11 per cento ha dichiarato di conoscere un collega che ha ricevuto minacce da taglieggiatori e l’8 per cento ha ammesso di averle ricevute direttamente.

Nella maggior parte dei casi (il 73%) le pressioni sono state psicologiche, ma spesso gli estorsori sono passati a danni alle cose (nel 35% dei casi) e alla violenza personale (14%). I commercianti hanno per lo più dichiarato di aver respinto le richieste, c’è però un 19 per cento che confessa di aver ceduto. E a questo dato va probabilmente aggiunto l’8 per cento che non ha voluto rispondere a questa domanda.

Le denunce sono ancora poche: solo il 5 per cento degli imprenditori taglieggiati reagisce al racket in questo modo (sono più numerosi al Sud). In tutti gli altri casi si preferisce fare da sé. Il 40 per cento degli intervistati ha preso qualche provvedimento per cautelarsi. Il metodo più diffuso è l’assicurazione, seguita dalla vigilanza privata e da telecamere e vetrine blindate.
Ma chi ha pagato, come lo ha fatto? E quali sono le tariffe del pizzo? Le vittime pagano o in merce (il 55%) o in denaro (il 52%). Tra le imprese che hanno ammesso di aver ceduto alle minacce, il 60 per cento lo ha fatto nel 2006, il 22 per cento in particolare ha consegnato più di 10 mila euro.
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IL PIZZO NON PARLA SOLO SICILIANO. ECCO CHI LO CHIEDE E CHI LO PAGA A MILANO

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È l’ora dell’aperitivo. Lo struscio dei ragazzini alla moda è appena cominciato. Seduti al tavolino di un bar all’aperto ci sono un uomo sui quarant’anni, grande e grosso, e il proprietario di un paio di locali della strada più fashion della città, che ha partecipazioni in una trentina di altre ben avviate attività commerciali. Non vuole problemi. E paga. Mette sul tavolo una busta bianca, dentro ci sono 10 mila euro in banconote da 500. Non siamo a Catania, ma in corso Como a Milano, il cuore della movida meneghina. Non è la mafia a riscuotere il racket. Il taglieggiatore stavolta è tunisino.

I 10 mila euro sono la prima tranche di un pagamento più consistente. Jalel Titouhi ne pretende 90 mila. Ha preso di mira il commerciante, vuole che gli ceda gratuitamente uno dei suoi locali. Poi decide di accontentarsi del denaro e cominciano le telefonate minatorie al titolare, ai suoi soci e ai suoi familiari. Inizialmente la vittima cerca di uscirne pagando, ma quando capisce di essere finito nelle mani di un criminale davvero pericoloso ha paura e chiede aiuto ai carabinieri. Questa storia dello scorso novembre è a lieto fine: dopo pedinamenti e intercettazioni gli investigatori del nucleo operativo di Milano arrestano il tunisino con ancora la busta bianca nella tasca della giacca. Ma non va sempre così bene.

Confindustria minaccia di espellere gli imprenditori che cedono al racket in Sicilia e sembra quasi che il pizzo sia una questione soltanto meridionale. Invece anche a Milano sono moltissimi i commercianti e i titolari di aziende vittime di estorsione. Secondo una ricerca di Confcommercio ed Eurisko, nel Nord-est il 15,6 per cento dei titolari di pubblici esercizi ritiene che le estorsioni siano aumentate negli ultimi tre anni, l’11,1 per cento la pensa così nel Nord-ovest. Le percentuali dei commercianti che conoscono un collega che ha ricevuto minacce o intimidazioni è superiore all’8 per cento, mentre quella degli esercenti che ammettono di averle ricevute personalmente è del 5 per cento.

Alcuni denunciano, la maggior parte paga e tace. Al Nord gli aguzzini raramente fanno parte di organizzazioni che controllano il territorio e le richieste di pizzo sono meno capillari che al Sud. Ma spesso i metodi sono altrettanto violenti.

Il settore più colpito, in città e nell’hinterland, è quello dell’edilizia. I taglieggiatori usano una strategia ormai collaudata: collaborano con un piccolo imprenditore, da cui prendono in subappalto alcuni lavori. Lavori che non hanno nessuna intenzione di portare a termine, ma per cui pretendono di essere pagati ugualmente e con cifre altissime. La prima ritorsione è l’occupazione del cantiere e il blocco delle attività. La ditta di costruzioni si trova così con l’acqua alla gola. Ma il peggio deve ancora arrivare.

Lo sa bene il titolare di un’impresa di viale Certosa, periferia est del capoluogo, con cantieri sparsi in Brianza. L’incubo comincia con una gru che gli aguzzini si rifiutano di smontare e che blocca i lavori per un anno e mezzo. La richiesta è di 150 mila euro “e ogni giorno che passa, sono 1.000 in più”, incalzano. L’imprenditore arriva a pagarne 46 mila, ma le minacce, al telefono e via sms, non cessano. E dalle intimidazioni presto si passa ai fatti. Gli estorsori di origine calabrese si presentano sempre più spesso al cantiere, uno di loro grida: “Qui è tutto nostro, lo facciamo saltare in aria”, e ancora “ti sparo”. Il cantiere viene incendiato due volte in due giorni.

L’imprenditore edile subisce aggressioni, pestaggi, minacce con un martello e con un coltello puntato alla gola. Una mattina due dei suoi taglieggiatori tentano di caricarlo in macchina e di sequestrarlo. Lui si barrica dentro un bar e questa volta, ormai in preda del terrore, chiama i carabinieri. Alla fine delle indagini vengono arrestate cinque persone di origine calabrese ma residenti a Milano e dintorni, tutti con diversi precedenti penali.

E se il business al Nord scopre nuove frontiere, il racket delle estorsioni si adegua: tra le vittime è finito anche un imprenditore che commerciava integratori alimentari online. A pretendere il pizzo proprio l’uomo cui aveva affidato la gestione del sito di e-commerce. Che però, per minacciarlo, aveva a disposizione sicari tutt’altro che virtuali. Risultato: una jeep incendiata e un pizzo di 10 mila euro consegnato in una stazione di servizio sull’autostrada.

Per inquadrare il fenomeno basterebbero i dati dei vigili del fuoco del Comando provinciale di Milano. Nel 2006 gli incendi dolosi sono stati 254. Di questi, 128 appiccati ad auto, camion, moto o mezzi da cantiere, 67 ad attività commerciali e 37 ad abitazioni (il resto riguarda attività agricole e rifiuti accatastati). Al Comando spiegano che non tutti gli episodi sono ritorsioni o avvertimenti degli estorsori, ma di certo una buona parte. La Prefettura infine nel 2006 ha registrato 300 casi denunciati di estorsione.