UN RACCONTO. Anch'io "avrei voluto i pantaloni", di Giuseppina Ficarra

Anch’io “avrei voluto i pantaloni” , di Giuseppina Ficarra

(Ogni riferimento a luoghi e persone è puramente casuale)
Era il 1957, a ……………, nel centro della Sicilia. Essere illibate fino al matrimonio era una condizione indispensabile, soprattutto se si apparteneva ad una “buona” famiglia. E le apparenze e i possibili sospetti contavano quanto e più della verità vera, anzi non c’era nessuna differenza. Anch’io “avrei voluto i pantaloni”, ma la differenza tra la gonna e i pantaloni, non era solo formale, era sostanziale. A che proposito questa premessa?
Mi ero appena laureata e mio padre mi aveva dato il “permesso” di fare domande di insegnamento solo nei paesi della nostra Provincia. Io ero una ribelle nata!
Presi la macchina da scrivere di casa e cominciai a scrivere le varie domande indirizzate in vari paesini del Veneto. Ancora ricordo mio padre che, alle mie spalle, con tono di voce autorevole (noi figli, parlando di lui, dicevamo “Giove”), mi dice:”Agordo non è nella nostra provincia” Sola mia risposta “Lo so”, e continuai a scrivere le mie domande. Mio padre era anche un uomo straordinario e accettò il fatto e il…rischio! Quale rischio? La non differenza tra sospetti e verità di cui parlavo prima.
Qualche anno dopo, ebbi un incarico di insegnamento al mio paese. C’era un consiglio di classe, mi ero allontanata un momentino, il Preside dice:”Chiamate la Signorina…………” . Un collega, pronto: “Signorina! E’ stata tre anni fuori!”.
Qualche anno dopo un altro collega si innamorò pazzamente di me. Ma evidentemente il sospetto lo rodeva. Parlando con lui della mia esperienza “fuori”, avevo più volte nominato un monaco che avevo conosciuto nel paesino del Veneto, dove avevo insegnato per tre anni e che era stato in un certo senso il mio confidente e consigliere. Padre Gabriele.
Il collega intanto premeva per venire a fare una richiesta formale di fidanzamento ai miei genitori. Io prendevo tempo, non ero convinta.
Un giorno lui mi avvicina con aria misteriosa e contenta; mi porge una lettera e mi dice, felice, -leggila-. Era una lettera di Padre Gabriele, a cui “l’innamorato” aveva scritto per chiedere informazioni su di me. Il monaco lo rassicurava dicendo che ero una ragazza seria e “illibata” . Ai sospetti non solo di amici, parenti, ma di colleghi e presidi , avrebbe potuto contrapporre almeno un certificato autorevole.
Sei contenta?, mi fa lui; “ebbene, quando posso venire a parlare con i tuoi genitori?
La mia risposta fu pronta: “Quando anche tu avrai un certificato di verginità da mostrarmi”.