Racconto : "La vaneddra", di Diego Guadagnino

       
LA VANEDDRA
                      di Diego Guadagnino

La vaneddra non è la strada.

La strada col suo fascino maudit, la strada che conduce al di là di tutti gli orizzonti, ha sempre avuto i suoi poeti vagabondi, che l’hanno amata e cantata come strumento e simbolo della rivolta contro i valori del domicilio fisso.  La vaneddra, invece, ... continuazione corale dello spazio domestico, non  conduce in nessun posto che non sia legato al mondo che lasciamo a casa. Essa impone il rispetto della sua dimensione sotto pena di essere emarginati e segnati a dito in ogni ora della giornata: e, pertanto, all’anticonformista si rivela sicura scorciatoia verso la follia.

Nella vaneddra non c’è posto per l’individualismo, come non c’è posto per il segreto o per il privato: tutto deve essere notificato al vicino, questa ossessiva presenza moralizzatrice a cui è impossibile sfuggire perché “lu vicinu è serpenti, si nun ti vidi ti senti”, avverte il proverbio. 

 Ricordo la vecchia prostituta piena di rughe e di belletto ( ormai in pensione ) che, agli occhi della vaneddra, rappresentava una specie di scandalo vivente, non tanto per il suo passato, quanto per l’orgogliosa freddezza ( che è la falsa superiorità degli emarginati ) dietro cui nascondeva se stessa e la sua vita. E noi ragazzi, istintivi autentici figli della vaneddra, ne diventavamo l’inconsapevole braccio secolare quando ci divertivamo a tirare pietre contro la sua porta. E lei si precipitava fuori col manico della scopa levato in aria, mentre metteva a profitto il suo barocco e vasto repertorio di parolacce, applicandolo alle nostre madri e sorelle. Ma, pur essendo suscettibile come petardi, le donne interessate non si prendevano neanche la bega di inscenare una risposta a quelle parolacce, che diventavano piuttosto ulteriore motivo di celato riso a spese della sventurata, che nella solitudine derisa scontava il prezzo del suo individualismo.

La vaneddra conteneva l’anima del mondo contadino e nessun essere poteva condurvi un’esistenza individualmente autonoma dalle sue occulte determinazioni. Né bastava pensare di morire per credere di andarsene finalmente liberi, solitari vagabondi metafisici: perché neanche la morte veniva concepita come quell’esperienza irriducibilmente personale che è.

Quando morì il vecchio più vecchio di tutta la vaneddra ( un arteriosclerotico che di notte sgridava i familiari che gli spegnevano la luce e di giorno voleva essere trattenuto per non tagliare la pergola che gli faceva ombra ), il primo commento lo sentii da mia madre che, mentre si  apprestava alla visita di rito, disse “ora devono morire altre due persone nella stessa vaneddra , perchè si deve formare la croce”.

Dunque, era cosi: ogni volta che un uomo moriva, segnava il punto iniziale di una croce immaginaria i cui restanti punti si sarebbero topograficamente distribuiti nella vaneddra con altrettanti morti. La scoperta insinuò nel mio essere la superstiziosa necessità di completare la croce e mi fece sentire un punto potenziale di quella nascente costellazione di lutti. Intanto, la vaneddra era sprofondata in una tristezza che fermava il tempo, nessuno osava parlare a voce normale con i vicini, i ragazzi venivano ammoniti perché andassero a giocare lontano, i rumori del giorno si spegnevano, lasciando il silenzio al pianto intermittente dei parenti del morto. In quel disarmante microcosmo, io col mio muto terrore mi aggiravo formulando progetti di salvezza. Perché non andavamo ad abitare in un altro posto, prima che fosse troppo tardi ? Perché mio padre non vendeva la casa per salvare tutta la famiglia dalle reti parate dalla morte ?

Soltanto adesso, decifrando retrospettivamente la simbologia delle morti che dovevano disporsi a croce tra le abitazioni della stessa vaneddra, indovino tutta l’importanza che quella cultura attribuiva alla topografia fisica dell’esistenza, e mi rendo conto che la vaneddra univa i propri abitanti in un vincolo di parentela territoriale che neanche la morte riusciva a dissolvere.

Allora ero teso in una sola preoccupazione: salvarmi, vivere il più a lungo possibile, all’infinito. Forse la cosa più terribile che accade all’uomo nell’infanzia è scoprire la cognizione della morte come distanza dal mondo, privazione delle sue cose, delle sue forme, dei suoi colori. Poi, si intuisce che vivere significa spingersi continuamente verso qualcuno o qualcosa e ci si spinge verso la madre, verso un albero o verso una montagna che ci salva, ma nel contempo ci imprigiona per sempre dentro la sua immagine.

Restare solo, per me,  significava arrivare a due passi dalla morte, mentre la vaneddra era il luogo dell’impossibile solitudine e mi si offriva come la guida più certa per andare in direzione opposta a tutti i pensieri carichi di tristezza: perciò divenne la mia passione incorreggibile. Ancora, sento la voce di mia madre che sull’uscio di casa mi sgridava “vaniddraru, torna dentro”, oppure “la vaniddra ti chiama”. Aveva ragione, ma non sapeva che il suo rimprovero era il angelo capovolto della mia salvezza.

L’importante era stare all’aperto assieme agli altri, e poco o nulla contava che l’occasione fosse data dalla recita del rosario nelle sere estive o dal sadico inseguimento dei cani randagi in amore.

La recita del rosario di uomini e donne seduti in semicerchio davanti agli usci o sulle scale esterne delle case era l’espressione più consueta dell’identità corale della vaneddra. Ci si accomodava ( noi ragazzi  sulla nuda terra, quando non fruivamo del lusso di qualche sacco di iuta ) e, prima di cominciare, nell’attesa che arrivassero i ritardatari, si faceva una specie di diario collettivo, dove ognuno raccontava le cose “straordinarie” capitategli durante la giornata. E là nessuno si azzardava a spingersi tra le malevolenze dello sparlittìo , perché si era in numero compromettente per simili piaceri e, soprattutto, perché le pie intenzioni che motivavano la riunione, col loro riflesso di sanzione soprannaturale, rendevano gli animi buoni e santi, come durante i temporali di biblica violenza, quando le madri di famiglia stendevano la figliolanza sul letto grande.

Aggregando la mia voce al coro lamentoso, ripetevo “ Santa Maria, madre di Dio, prega per noi peccatori…”, ma era un puro automatismo labiale, dietro il quale, di vero, c’era soltanto l’ansia di arrivare alla fine della litania, perché, allora, gli anziani si sarebbero messi a rievocare i fatti e gli uomini del tempo antico.

Più che un concetto temporale, il “tempo antico” era per un luccicante universo formato dalla successione di quei fenomeni che io avrei voluto vedere di persona: apparizioni luminose, incontri con animali sconosciuti, marenghi d’oro che piovevano dalle crepe di un muro, genitori defunti che si recavano dai figli per avvertirli di qualche pericolo imminente. I vecchi parlavano di quegli eventi come se dicessero della pioggia o delle bestie: sapevano renderli concretamente familiari con l’abitudine che avevano di legarli in un modo o nell’altro alla vaneddra. “ Vedete la casa dove ora sta Michele” – cominciavano – “ là, una volta,  abitava la buonanima di Filippo Scimè”, e, dopo questo regolare preambolo, si snodava il fatto che perpetuava il nome di Scimè nella memoria dei suoi posteri e nell’aria calda della sera impregnata di sentori di stalla e di basilico.

Fu in una di quelle serate che venni a sapere perché il cortile in fondo alla vaneddra era noto  come “lu curtigliu di la dannata”. Dal suo interno, per una scala di gesso muschioso, si accedeva a una camera che, a sua volta, si affacciava sulla vaneddra con un angusto balconcino così traboccante di garofani che faceva paura passarci sotto, perché pareva sul punto di cadere all’eccessivo peso.

Chissà quanto tempo addietro, in quella camera, aveva vissuto una donna che si chiamava Marianna Zucchetto. Il marito era emigrato in America con la solita speranza dei poveri, che è quella di tornare tanto ricchi da comprarsi una chiusa di terreno. E intanto mandava soldi a lei, alla moglie che, invece di custodirli, li andava scialando con un prete. Quando, dopo dodici anni, rientrò dall’America, trovò la porta chiusa. Bussò, chiese alla moglie ai vicini, attese, finchè con una scala a pioli salì sul balconcino ed entrò in casa: trovò la moglie impiccata alla trave del tetto e una lettera sul tavolo scritta da lei prima di morire, per spiegargli che di tutto il denaro inviatole in quegli anni, non restava neanche un soldo. Diceva che i suoi peccati non ammettevano perdono e, lapidariamente, chiudeva la lettera così: “ Entra all’inferno Zucchetto Maria”. 

 “La disgraziata era istruita”, diceva mia nonna, che l’aveva conosciuta, intendendo  “disgraziata” per moralmente laida, e “istruita” come attributo demoniaco. E la sua opinione  era l’unanime opinione della vaneddra, che non sapeva ricordare il nome di Marianna, se non chiuso in quella sua ultima frase, che in realtà nascondeva un desiderio di espiazione così grande da accecare ogni istinto di salvezza. Ma in quel mondo esistevano peccati o trasgressioni che la stessa eternità non era sufficiente a cancellare: una donna che “sbagliava” comprometteva per più generazioni le donne di tutta la famiglia. Di quella logica tribale, Marianna era stata martire paradossale e misconosciuta, giacchè, incapace di essere all’altezza del suo peccato fino alla fine, l’aveva ferocemente riconfermata nel suo gesto autopunitivo.

Miluzza era sta sul punto di esserne la vittima. La ricordo, intravista attraverso la porta semichiusa, china sulla bocca del focolare intenta a soffiare sulla legna che prendeva tempo ad accendersi. Pur avendo superato già l’età da marito, viveva ancora nella casa natale con i genitori. Da certi discorsi,  fatti sottovoce in luoghi ritirati dagli adulti, avevo raccolto che il suo zitellaggio era dovuto a mancanza di partiti. “Per colpa di quella sporcata”, sentivo dire, con allusione a una sua zia che, metaforicamente parlando, aveva preparato il caffè ad un tale malandrino, che, a cose fatte,si era assunto l’impegno di imporre al marito cornificato  silenzio e rispetto per la moglie cornificatrice. Ora, tutti erano concordi nel riconoscere in Miluzza una ragazza d’oro, “ ma intanto, ognuno… Dio ce ne scnasi e liberi”, cioè dall’andare a cadere in mezzo alle corna.

Ma, poiché come non resta grano a mietere così non restano donne a maritare ( dice un proverbio ), anche per Miluzza arrivò il giorno in cui cessò di sospirare, illanguidendo dietro l’uscio, a spiare i giovanottoni che passavano, ora a piedi, incravattati, ora sui muli in tenuta di campagna. Una mattine di buonora la madre di Miluzza si fece il giro dei vicini porta a porta: “Abbiamo Miluzza zita”; “Con chi ?”; “ Con un borgese ricco di Campobello”. 

 “ Prosita ! Cu si marita nni la so vaneddra bivi nni lu bicchieri”, si era complimentato una volta mio padre con un giovane che stava per sposare la sua vicina, - e bere nel bicchiere significava non solo accostare, lui solo, le labbra all’orlo del bicchiere, ma anche vedere con i propri occhi la cristallina qualità dell’acqua. Appena intesi che il fidanzato di Miluzza veniva addirittura da un paese vicino, non potei fare a ameno di ricordarmi del bicchiere. Dove beveva questo campobellese ? E ragionavo: se la propria vaneddra è il bicchiere, il proprio quartiere sarà la bottiglia, il proprio paese la quartana, un altro paese sarà la pompa o l’abbeveratoio.