Sono passati quarantanni. Giuseppina Ficarra: "Era il 1968..."

Era il 1968, l'anno della contestazione

di Giuseppina Ancona

Era il 1968, l'anno della contestazione. Timida, ma ostinata, mi trovai in prima linea, senza neanche rendermene conto.

Avevo avuto l’incarico al biennio del liceo scientifico di Palermo.  Da alcuni giorni a scuola, nelle classi superiori, c’era una certa agitazione. I ragazzi scioperavano. Nella sala dei Professori si discuteva animatamente, ma in modo piuttosto unilaterale.

Una mattina una professoressa mi invita a  leggere il compito d’italiano, il famoso “tema”,  di un alunno che, a quanto seppi, era la causa dell’agitazione. Il titolo invitava gli alunni a parlare dei moderni mezzi d’informazione. Leggo attentamente e ne ricavai una buona impressione. Il contenuto era buono: il ragazzo faceva una analisi critica dei mezzi d’informazione, parlava del pericolo di manipolazione dell’opinione pubblica, esprimeva, bene inserita nel contesto, anche una sua opinione personale. C’era qualche errore di forma, che, anche se non grave, a me, insegnante piuttosto esigente, avrebbe impedito di dare più di 6 e ½ . Guardo il voto assegnato dall’insegnante: 3; la collega mi invita a leggere anche il giudizio che accompagnava il voto e che era pressappoco questo: - non dovevi esprimere le tue opinioni personali, ma dovevi limitarti a parlare dei mezzi di  informazione .-

     A quei tempi ero molto giovane e piuttosto timida. Non avrei spiccicato una parola in pubblico, manco morta! Riuscii in qualche modo ad esprimere il mio dissenso, ma non chiaro e forte come lo sentivo dentro di me. Ciò spinse gli altri a sottovalutarmi.

     Si riunisce il collegio dei Professori: bisognava prendere una decisione importante: i professori si sarebbero rifiutati di fare lezione, bisognava chiudere la scuola. (A me suonava come una “serrata”).  Tutti i colleghi votano a favore; il Preside vuole assicurarsi dell’unanimità, ma a questo punto, dall’ultima fila, con un filo di voce, ma risoluta, esprimo il mio parere contrario. Grande costernazione, agitazione, ma io fui irremovibile. Non riuscivo a parlare, è vero, ma continuavo a dire “no”, semplicemente “no”.

Dopo qualche giorno fui avvicinata da una collega, che mi invitava a riflettere. Non dissi nulla. La cosa fece ben sperare. Si riunisce di nuovo il Collegio dei Professori con lo stesso ordine del giorno. Erano sicuri che questa volta avrebbero ottenuto l’unanimità, a cui il Preside a quanto pare, teneva molto. Era una “conditio sine qua non”. Ma anche questa volta fui irremovibile.

Intanto nelle classi del triennio cresceva l’agitazione. I professori, anche senza una delibera in tal senso, non andavano in classe. I ragazzi erano “arrabbiati”. Ce n’era uno che sembrava il capo: occhi scuri e una folta capigliatura, così mi pare di ricordare. Lo chiamo in disparte e gli suggerisco un idea: potevano dimostrare di essere responsabili e autosufficienti. I professori si rifiutavano di entrare in classe? Ebbene:i più bravi dell’ultimo anno avrebbero fatto lezione a quelli della classe inferiore e così via. Tutti dovevano impegnarsi. L’idea piacque e fu messa in atto. (Naturalmente, timida come ero, pregai il ragazzo di non fare il mio nome). Mi piacerebbe oggi sapere come si chiamava e se si ricorda di me!

Cresceva anche l’agitazione della classe insegnante; fui di nuovo avvicinata, ma mi mostrai irremovibile, questa volta chiaramente.

Qualche giorno dopo seppi che il Preside, molto addolorato, si era messo in aspettativa o si era addirittura ritirato dalla scuola. Ebbi la netta sensazione che cercarono di farmi sentire in colpa.

Nel tempo, ripensando a questi fatti,  ho riflettuto come, anche da soli, con la forza soltanto delle proprie idee, ci si può trovare a combattere in prima linea. E dentro di me ho sempre disprezzato quelli che sono, a parole, per una giusta causa, ma non sono disposti ad intraprendere alcuna azione se si trovano a doverlo fare da soli.