Il Delitto Notarbartolo alla luce del “Il ritorno del Principe”, di Giuseppina Ficarra

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           Il ritorno del principe 

Il Delitto Notarbartolo alla luce del “Il ritorno del Principe”

Recensione di  Giuseppina Ficarra

 

Secondo una versione schematica e semplicistica del processo per il delitto Notarbartolo, la Corte d’assise di Bologna giudica  colpevole il Palizzolo  con sentenza del luglio 1902, condannandolo a 30 anni di reclusione. Ma, a seguito della  pressione esercitata dal Comitato “Pro Sicilia” (*), la Corte di Cassazione, poco dopo, il 27 gennaio 1903, annulla la sentenza di Bologna per un “vizio di forma”, aprendo così la via all’assoluzione del Palizzolo

Questa versione, oltre ad ignorare il fatto storico dell’esistenza di un forte movimento contro il Palizzolo (Renda Storia della mafia  Sigma edizioni 1997,  pag.154 leggi in http://www.spazioamico.it/Renda_I_processi_Notarbartolo.htm#1) ed attribuire erroneamente al “sentire mafioso” dei Siciliani l’esito del processo,  non tiene conto che nella vicenda del processo per il delitto Notarbartolo, durata 10 anni, sono da tenere in considerazione  vari  fattori di natura politica e la concomitanza con importanti eventi storici. (Come fa notare Renda op.cit.paf. 150 “Quando si scopre il cadavere del Notarbartolo sul treno fra Termini e Trabia, gli ospedali di Palermo sono ancora pieni dei feriti di Caltavuturo…. Non passano  che alcune settimane, e il movimento dei Fasci dei lavoratori dilaga impetuoso”  e più avanti: “Tecnicamente, fra la denuncia contro i fasci accusati di mafia e la mancata denuncia contro il Palizzolo come mandante in assassinio non vi è alcun rapporto. Nella realtà, il legame è assai profondo. Intanto per le autorità. Il clima di tensione. che subito dopo l’assassinio del Notarbartolo si instaura a Palermo, è tale che politicamente ne nasce un turbinio di situazioni difficili da classificare per ordine di importanza, chiamando magistratura e polizia a indagare contemporaneamente sulla mafia «vera» che ha eseguito l’omicidio dell’ex direttore generale del Banco di Sicilia e sulla mafia «presunta» che dovrebbe mettere a ferro e fuoco la Sicilia.).     

 

In “Il ritorno del Principe” di Saverio Lodato e Roberto Scarpinato (pag.206), leggiamo: “un eventuale condanna definitiva di Palizzolo era, dunque,incompatibile con gli equilibri politici esistenti?  Direi proprio di si.”  E ancora: “L’assoluzione del Palizzolo non era un’eccezione, ma un caso paradigmatico di quella che era la normalità” invece “ La consegna di mafiosi dell’ala militare, (ilFontana, esecutore materiale del delitto) mediante patteggiamento all’interno della classe dirigente con gli esponenti dell’alta mafia è sempre rientrata, nelle tradizioni del sistema mafioso”. (op. cit.pag.207)

 Il presidente del Consiglio Depretis alcuni anni prima, nell’ottica di questi equilibri politici, per mantenere un assetto di potere “che ripartisce le potestà sovrane dello Stato tra borghesia industriale del Nord e classe dirigente meridionale”  (in Il ritorno del Principe pag.202), aveva rifiutato di emanare il decreto ministeriale necessario a dare esecuzione all’articolo 7 della legge di pubblica sicurezza con il quale si disponeva che per esercitare la funzione di guardia campestre occorreva avere la fedina penale pulita. Una norma necessaria per contrastare la mafia.  A questo proposito scrive Renda (op. cit. pag 125): “Esisteva la legge , ma si faceva in modo che per legge non fosse impedito che il mafioso fosse campiere, curatolo o guardiano”. Caso emblematico del prevalere della logica degli equilibri politici era stato anche quello del procuratore generale  Tajani, del mandato di cattura da lui fatto spiccare contro il questore Albanese e degli ostacoli  e mancato sostegno che gli furono opposti dalle autorità governative locali e dallo stesso Ministero, delle sue dimissioni dalla magistratura in senso di protesta. (vedi ai nostri giorni De Magistris, Forleo, etc!)  

Diceva Sciascia: “Il potere non è nel Consiglio comunale di Palermo. Il potere non è nel Parlamento della Repubblica. Il potere è sempre altrove. …...”
In “Il ritorno del Principe” di Saverio Lodato e Roberto Scarpinato leggiamo: “Le imposture del potere non servono infatti solo a legittimarlo ma anche a celare la sua oscenità. Il vero potere è sempre “osceno”. Opera cioè nel fuori scena.

Nel 2006 la voce della società civile siciliana riesce ad imporre nelle primarie la candidatura di Rita Borsellino. Ma la reazione dei vertici fu immediata e Rita fu lasciata priva di sostegno! (Il ritorno del Principe pag.23) Nel 2008 viene respinta a larghissima maggioranza la proposta di impedire che facciano parte  della Commissione Parlamentare Antimafia soggetti inquisiti per mafia e di detta Commissione entrarono a fare parte soggetti condannati per fatti di corruzione con sentenza definitiva. (Il ritorno del Principe pag.48)

Non ci sono due Sicilie, non c’è nessun “spartiacque”: condanna di Palizzolo, assoluzione di Palizzolo, repressione dei fasci siciliani, “assoluzione” di Andreotti, Cuffaro senatore, vicenda di Rita Borsellino e quant’altro. Prevale sempre il potere osceno!  Finora!    

Leggo in una presentazione del libro Il ritorno del Principe: La mafia oggi appare cancellata dalle priorità di chi governa. I cittadini che ancora le si oppongono, le associazioni di Addio Pizzo, Ammazzateci Tutti, la Confindustria Siciliana fino a quanto potranno reggere la battaglia (contro il pizzo, contro la 'mdrangheta, contro la mafia) se lasciati isolati?
La battaglia contro il Principe deve essere una rivoluzione civile che mette assieme tutte le componenti dello stato: magistratura, polizia e politica.
Il Principe deve sentirsi isolato, escluso dalla società, dal mondo istituzionale.
E' lui l'anomalia.
Amaro il finale del magistrato, nella lunga intervista con il giornalista.
"Se il meridione dovesse essere abbandonato al suo destino, le mafie - quelle alte e quelle basse - avrebbero finalmente coronato l'antico sogno di riaffermare la loro totale supremazia su quella parte del paese.Verrebbe da dire: buona fortuna, Italia". (http://unoenessuno.blogspot.com/2008/07/il-ritorno-del-principe-di-saver...)

Negare la specificità e la portata nazionale della mafia e coinvolgere in essa solo la Sicilia e i Siciliani, nonché la loro storia e relative mentalità e abitudini ,( il loro presunto “sentire mafioso”),  non consente di leggere e affrontare  la realtà con l’intelligenza necessaria.(Renda op. cit. pag.177)

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Note

(*)Per quanto riguarda il comitato «Pro-Sicilia», Salvatore Lupo in Storia della mafia Donzelli 2007  a  pag.156/157  scrive:                                                                                                                    “Il «Pro-Sicilia» guadagnò forze e consensi ben oltre l’area palermitana, ma nel corso di questa espansìone geografica il riferimento allo specifico del caso Palizzolo si fece più tenue mentre prevalevano temi modellati sugli argomenti nittiani di Nord e Sud, sulle polemiche liberiste a proposito del «mercato coloniale», sulle altre ragioni della protesta meridionale.”

A  questo proposito Renda (op. cit.)  ci dice che “il processo al Palizzolo divenne un processo ai Siciliani, e se ne disse quel che Lombroso o Niceforo nei loro libri non osarono mai scrivere.”