QUANDO UN SULTANO SBARCA A PALERMO Di Agostino Spataro

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QUANDO UN SULTANO SBARCA A PALERMO

                                                 di Agostino Spataro

Credo che l’arrivo a Palermo di S.M. Qabus Bin Said, sultano dell’Oman, e del suo numeroso seguito, sia da considerare l’evento principale di questa calda e bislacca estate palermitana.
In una città dove, da un certo tempo, non succede quasi nulla di rilevante o di sensazionale, l’arrivo di un sultano, inevitabilmente, fa rumore.
Anche se Qabus è venuto in vacanza, per starsene qualche giorno appartato sul suo panfilo ancorato nel porto del capoluogo siciliano. Un desiderio più che legittimo che meritava più rispetto e un’accoglienza più sobria, meno chiassosa.
Dalle cronache, invece, si coglie il senso di una ressa intorno alla presenza, quasi invisibile, di uno fra i pochi sovrani del pianeta che non ama i gossip e gli schiamazzi festaioli.
Un monarca che per accreditare il suo status non ha bisogno d’ostentare amanti, armamenti o ricchezze favolose, ma preferisce rifugiarsi nelle sue passioni per l’arte del buongoverno, per la musica, la poesia e la caccia col falcone.
Altro che le fanfaronate circolate in questi giorni: le trecento mogli e i molti panfili del sultano, gioielli e spese pazze e chissà quante altre fantasiose congetture.
Certo, la curiosità stimola la fantasia, gli entusiasmi, ma non può oltrepassare certi limiti. Forse, se ci fosse stata una corretta informazione sul personaggio e sul Paese che governa si sarebbero potute evitare certe scene imbarazzanti e soprattutto talune ingenue pretese come quella che il sultano potesse risolvere i nostri guai con qualche mancia.
Dimenticando che Palermo e la Sicilia fanno parte dell’Italia ossia di uno degli otto paesi più ricchi del mondo (G8) e che pertanto i problemi dei siciliani li devono risolvere i loro governanti locali e nazionali.
In ogni caso, non ci si può presentare davanti un ospite col cappello in mano. Tutto ciò contrasta con il senso dell’ospitalità siciliana che nel trattare un ospite non dovrebbe guardare né al censo né al suo stato sociale.
Per altro- è bene chiarire- che il sultano non rappresenta un ricco eldorado petrolifero, ma un popolo laborioso e gentile, anche un po’ povero, che vive con dignità e in relativa tranquillità la sua condizione di paese-cerniera del Golfo persico, stretto cioè fra due colossi petroliferi, ideologicamente contrapposti, quali sono l’Iran sciita e l’Arabia saudita wahabbita.
Insomma, anche per il discorso dei petrodollari, ritengo che bisogna indirizzare la ricerca altrove, come abbiamo scritto, di recente, a proposito d’investimenti turistici nel Mediterraneo.
Tutto ciò è accaduto perché poco si conoscono la storia e la realtà dell’Oman che molti, addirittura, confondono con altri piccoli regni della penisola arabica.
Può capitare a tutti, visto che ancora oggi in Italia si sconta un grave deficit di conoscenza del mondo arabo.
Confesso che qualche lacuna l’ho avuta anch’io. Fino a quando non ho intrapreso un bellissimo viaggio, su invito del Ministero dell’informazione omanita.
Ho attraversato i fantastici paesi di Magan, dove 5 mila anni fa si fondeva il rame puro, e di Ofir, nei paraggi del reame di Punt, dove dalla corteccia di un arbusto nano si estrae, da millenni, l’incenso più odoroso.
Luoghi, nomi di luoghi di un Oriente mitico che non troverete sulla carta geografica, poiché la geo-politica moderna li ha cancellati riunendoli sotto il nome di Oman: uno stato esteso quanto due terzi dell’Italia nel quale vivono poco più di 2 milioni di abitanti.
A parte il lato turistico, il viaggio in Oman può risultare un’esperienza sorprendente sul terreno culturale e sociale. Si scopre, infatti, che qui non si vive di rendita petrolifera, sostanzialmente parassitaria. Lo Stato, che non tassa i redditi individuali ma solo i proventi delle società, investe le sue entrate per realizzare un welfare molto avanzato e moderne infrastrutture.
Certo, l’Oman non è il migliore dei mondi possibili, tuttavia da quelle parti costituisce uno dei rari esempi in cui “i doni del petrolio e del gas” sono stati messi al servizio del progresso civile del paese, in armonia con i valori della tradizione. E qui si rivela la lungimirante saggezza del sultano Qabus. E della stessa classe dirigente omanita (parte della quale è venuta al seguito del sultano a Palermo) che non è formata da cortigiani che si sollazzano fra i piaceri dell’harem o del bagno turco, ma da giovani (molte le donne) dinamici, competenti che si danno molto da fare per proiettare il Paese in un futuro di prosperità condivisa. Lontano, comunque, dal medioevo dal quale è uscito soltanto nel 1970, con l’avvento al trono dell’attuale sultano.
Il cambio avvenne, dopo la scoperta dei primi giacimenti petroliferi, su impulso della diplomazia e dei contingenti inglesi che indussero il vecchio, recalcitrante sultano Taimur ad abdicare in favore del figlio Qabus, preventivamente educato in Inghilterra.
A 38 anni da quello storico evento, si può constatare che i risultati del governo di quest’uomo mite e sapiente sono andati ben oltre ogni aspettativa (inglese): Londra desiderava un cambio solo di facciata, mentre Qabus ha realizzato, con un certo successo, un cambio radicale della realtà del suo Paese.
E non si tratta solo di progresso materiale, ma di un’evoluzione globale della società e della cultura. L’azione del governo mira alla buona amministrazione e al miglioramento della qualità della vita. Perciò è abbastanza diffusa la sensibilità ecologica e di preservazione del variegato patrimonio faunistico, monumentale e paesaggistico.
Nella capitale Mascate, sita in un contesto desertico, è stato creato un nuovo colore: il verde rigoglioso che straripa lungo i viali pulitissimi e nei prati intorno alle ville sulle colline di Qurm e di Ruwi.
Mentre ancora oggi ad Agrigento si soffre la sete, a Mascate il problema non esiste giacché dispone di un’ingente dotazione d’acqua (dissalata): circa 60 milioni di galloni al giorno, per gli usi civili e per irrigare aiuole e giardini.
E scusate s’è poco per un paese arido tagliato in due dal tropico del Cancro.
Per quanto condizionato dal contesto climatico della penisola arabica, il territorio omanita non è solo deserto. Al centro spiccano alte catene montuose che attirano i venti alisei portatori di benefiche piogge che alimentano l’antichissimo sistema dei “falaj” (grandi canali sotterranei) che ancora oggi assicurano acqua ai centri abitati e alla fiorente agricoltura dell’interno.
La terza dimensione dell’Oman è quella marina, con 1700 km di costa e un mare pescosissimo e fonte di ricchi commerci e di mitiche avventure.
Il leggendario “Sindbad, il marinaio” di “Le Mille e una notte” parrebbe provenire proprio dalla costa omanita, più precisamente dalla città di Sur famosa per i suoi cantieri di “dhow”, leggere imbarcazioni che, da millenni, solcano i mari del sub-continente indiano e della Cina.
Forse, a questa antichissima tradizione marinara s’ispira Qabus che, per trascorrere le sue vacanze, preferisce il panfilo alle suites degli alberghi extralusso.
Molti palermitani si sono interrogati a proposito di questa “stranezza”. Difficile rispondere. Tuttavia è probabile che il sultano, con i suoi occhi d’orientale, riesca a vedere dal suo panfilo qualcosa di speciale che c’è dentro e sopra Palermo. Qualcosa che noi, abbacinati dal luccichio di una falsa modernità, non riusciamo più vedere. Benvenuto Sultano!

Agostino Spataro

(foto di A.Spataro)