La stampa.Pagine da leggere e meditare. Da "il manifesto" (27.08.08)

 Da “il manifesto” del 27 luglio 2008

 I)SHERWOOD ALL’ITALIANA

di Alessandro Robecchi

II) AL FINIR DEI CONGRESSI

di Gabriele Polo

(con "maliziosa", breve introduzione di V.S.)

“il manifesto”, oltre che “giornale comunista" – parola che certamente non piace molto ai berlusconiani di sinistra e ai sedicenti democratici – é sicuramente un giornale – molto probabilmente l’unico – di controinformazione che esiste in Italia. Ve ne diamo un esempio, “pubblicando”, ad uso dei puntonauti, due articoli apparsi domenica 27 luglio u.s.. Sono pagine da “godersi” su cui riflettere e meditare. Buona lettura.( V. S. )

I ) Sherwood all'italiana

Alessandro Robecchi

Nella speciale lettura tremontiana, Robin Hood è un bello stronzo. Un conto infatti è rubare ai ricchi per dare ai poveri, e un altro conto è farci la cresta.
Nella vera foresta di Sherwood un Robin Hood così sarebbe durato cinque minuti (ops! Freccia vagante!), mentre qui il signor Tremonti rischia persino di esser preso sul serio. Illuminanti le cifre che circolano sull'attività del Tremonti in calzamaglia. Quanto al rubare ai ricchi, pare che la tassazione sui petrolieri ammonterà nel 2008 a 2.260 miliardi di euro.
E' un rubare per modo di dire: le società del settore energetico si rifaranno sul consumatore e quindi anche ammettendo che si rubi ai ricchi, non si impedirà ai ricchi di ri-rubare ai poveri.
A fronte di questo grosso saccheggio ai ricchi (wow!), i poveri riceveranno sotto forma di social card (la tessera annonaria di Tremonti) la bellezza di 200 milioni di euro.
Insomma, la redistribuizione del malloppo al popolo della foresta sarà appena dell'otto per cento: in quanto a divisione del bottino, Gambadilegno era più onesto.
Oltre al coerentissimo disegno di impoverire sempre di più il paese, che sembra il vero mandato di Giulio Tremonti e dei suoi soci, quel che stupisce è l'uso lisergico delle parole.
Maurizio Sacconi vuole alzare (di nuovo) l'età pensionabile e come si chiama questo? Si chiama «La vita buona nella società attiva» (satira pura). Silvio Berlusconi vuole rafforzare il suo disegno piduista di una società con ceti sempre più subalterni ed élites sempre più impunite, e come la chiama? La chiama «economia sociale di mercato».
Certo, nessuno è mai onesto fino in fondo con le parole, nessuno si presenta dicendo «bongiorno, sono una bella merda», ma forse qui si sta esagerando con il mimetismo.
Risultato: per decenni ci hanno bombardato con «la crisi delle ideologie», poi - rimasti ormai senza più nessuna ideologia - si sono fregati le parole. Poi hanno appiccicato alcune parole sulle ideologie loro. E alla fine - chiusura del cerchio - ecco Tremonti che fa Robin Hood. Le tivù dello sceriffo di Nottingham battono le mani. Pubblicità.

 

II ) AL FINIR DEI CONGRESSI

Gabriele Polo

 

Il comunismo italiano non ha fatto nulla per meritarsi l'epilogo cui sembra costringersi in questo inizio di secolo. Non i crimini e le illibertà staliniane, né le burocratiche oligarchie del grande Est. Anzi - in tutte le sue articolazioni, dal gigante Pci al più piccolo gruppo «eretico» - era riuscito a rinnovare se stesso, a condizionare la politica nostrana migliorando la vita a milioni di persone e aveva mantenuto aperto il rapporto con i conflitti sociali, con i movimenti, pur con tutti gli inevitabili attriti. E proprio grazie a quegli «attriti» era stato anche un grande soggetto di alfabetizzazione culturale di massa e, persino, uno strumento in cui potevano confluire non solo le passioni, ma anche le energie e le idee. Tutto questo era stato reso possibile non solo da una composizione sociale che dava vita alla rappresentanza di interessi contrapposti a quelli del modello dominante, ma anche da una dialettica continua con le altre parti del «movimento operaio» mai chiusa nel guscio istituzionale o in pulsioni settarie. Ciò aveva permesso d'affrontare ogni sconfitta, ogni mossa sballata, ogni analisi errata (che non furono poche).
Dall'89 in poi queste virtù sono progressivamente sfumate per poi essere gettate via dall'arrendersi alle ragioni dell'avversario, evitando di sfidare il cambiamento epocale della globalizzazione e riducendolo a spinta verso una politica minimizzata in tattica, sempre più costretta sul terreno amministrativo e istituzionale. Del passato è sopravissuto intatto solo il peggio: i pericoli di autoreferenzialità dei gruppi dirigenti e il ricadere nelle guerre intestine. Che hanno il «pregio» di potersi svolgere liberamente, in piena autonomia da ciò che accade nel paese reale (o nella sua completa indifferenza).

Certo, quanto accade qui da noi non ha la drammaticità delle rese dei conti di altre «famiglie comuniste»: niente a che vedere con le purghe sovietiche, con i deliri polpottiani o con le autodistruzioni degli anni '30 nella Terza internazionale. Ma lo «spettacolo», se meno cruento, non è bello. Soprattutto se di fronte a esso si staglia la drammaticità - politica, economica, culturale - di un potere monocratico e autoritario.
Oggi si conclude a Chianciano il congresso di Rifondazione comunista, l'ultima delle assise nazionali dei partiti usciti battuti dalle elezioni politiche. Le sconfitte non producono mai nulla di buono, soprattutto in assenza di una dinamica sociale che distolga i protagonisti politici dal ripiegare su se stessi. Tantopiù è importante la volontà soggettiva di uscire in mare aperto. Operazione che sembra non essere riuscita a nessuno dei congressi svolti.
C'è un dato, su cui nessuno sembra essersi soffermato, che dà il vero tono al congresso di Rifondazione comunista. Vi hanno partecipato - votando, non sappiamo quanto discutendo - meno della metà degli iscritti al partito. Un po' poco per un'assise considerata vitale. Il paradosso è che sul numero dei votanti si è innescato uno scontro di legittimità. Le due cose insieme - numero e scontro - dovrebbero spingere a interrogarsi sulla crisi che sta a monte, quella dell'assenza di una risposta alla banale domanda: a chi si rivolge la sinistra? e per fare che cosa? Su questi dilemmi la discussione (non solo dentro il Prc, ma anche nel Pdci, tra i Verdi, in Sd) si è svolta solo sulla «discriminante» del rapporto con il Pd e, quindi, sul «nodo» della partecipazione a un ipotetico futuro governo di centrosinistra. Su questo ci si è divisi. Troppo poco per smuovere passioni e attenzioni. Non dovrebbe poi sfuggire a nessuno la sostanziale «indifferenza» che queste discussioni hanno raccolto in chi si considera di sinistra ma non ha una tessera in tasca. Di conseguenza, le passioni di chi ha partecipato ai confronti congressuali si sono lacerate su appartenenze di campo (sintomatica quella sui simboli) e, alla fine, sulle leadership.
Questo ci sembra lo stato delle cose, con tutto il rispetto per chi getta se stesso nella partecipazione politica, arrivando a giocarsi amicizie e affetti. Chiunque «vincerà» oggi a Chianciano erediterà un partito lacerato e ai minimi termini, in una sinistra ripiegata e che fatica a farsi capire, in un contesto segnato dal dominio incontratato della destra berlusconiana. Quindi non sarà un vincitore. Avrà la resposabilità di contribuire a una difficile ricostruzione di senso e di coerenza tra parole e pratiche. Dovrà considerarsi solo «una parte» e non il tutto (dove «il tutto» non è la somma della sinistra attuale) di una politica alternativa al capitalismo globale del lavoro frantumato e precario, della guerra costituente, dell'individualismo imperante, degli integralismi. Prima ancora di pensare ad alleanze e tattiche istituzionali dovrà convincersi che tutte le soluzioni oggi in campo (o le organizzazioni, o le associazioni, o i giornali) sono inadeguate e insufficienti. Perché da solo - o con i consimili - non riuscirà nemmeno a resistere. A guardar bene, per quanto impegnativa dovrebbe essere una sfida entusiasmante.