Viva Torquato Tasso!

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di Agostino Spataro (1)

  1...               Quella sera di maggio, un venticello tiepido saliva dal mare e inondava la piazza di Realturco di un gradevole odore di salsedine e di olezzi caprini.

Una folla compatta, vibrante ondeggiava intorno al palco in attesa del discorso dell’abbucatu (avvocato) Cucchiara, sindaco uscente (con tan-ta voglia di rientrare), democristiano rampante e capolista del blocco elettorale facente capo all’arciprete Ponti.

Dall’altra parte, c’era la lista civica della “Spiga”, espressione dello schieramento contrapposto che faceva capo al dottore Cajo, medico condotto e ufficiale sanitario ed ex dirigente della milizia fascista.

A Realturco, queste due persone erano i capintesta di uno scontro lungo, durissimo, micidiale per il controllo del potere municipale. Vec­chie ruggini risalenti all’epoca del fascio, quando entrambi si ritrova­vano sotto le stesse insegne.

Il Cajo a guidare il partito e il Ponti a benedire, dall’altare maggiore, le gloriose gesta di S. E. Benito Mussolini.

In quel comizio, l’abbucatu doveva annunciare al popolo una “sor­presa” davvero strabiliante che avrebbe posto fine ad ogni pretesa della  lista avversaria.

Dall’altro lato della piazza, a debita distanza, c’era un’altra folla, quella del blocco concorrente che attendeva, nervosa e impaziente, di conoscere la tanto sbandierata “sorpresa”, preannunciata con un mar­tellamento degno di miglior causa.

In ogni angolo e circolo del paese non si parlava d’altro.

I cittadini erano stati informati, la sera precedente, dal “vanniaturi”:

“Duman’assira, dopo l’ura di notti, (le 21) cumiziu di lu sinnacu a la chiazza ranni. Jitici ca ci sarà la surprisa…cu bottu.”

Gli agit-prop facevano il resto: “Domani sera ne sentiremo delle belle. L’abbucatu svelerà in pubblico la “sorpresa”, chiuderà in anticipo la campagna elettorale. U dutturi Cajo nunn’avi unni jiri. Persu è, prima di vutari…”

 

2...               Non era necessario specificare a quale dei due dottori Cajo. Se al figlio capolista della “spiga” o al padre vero stratega dell’operazione politica. Pur di vincere la competizione, si era alleato con la sinistra, perfino con lo sparuto manipolo degli odiati comunisti.

Alleanze strane, politicamente illogiche, incoerenti; indotte dal mecca­nismo escludente della legge elettorale.

Giustificate dall’arroganza totalitaria del nuovo potere democristiano, supportato dalla chiesa cattolica, che, di fatto, aveva sostituito quello del fascismo meridionale poco squadrista e più clientelare.

E la mafia con chi stava? Per consuetudine appoggiava, anche con pro­pri candidati, entrambi gli schieramenti. Di modo che, alla fine… vin­ceva sempre. L’utilitarismo di questa gente è proverbiale!

Come quel giocatore che al tavolo verde punta sul nero e sul rosso. In questo caso, i mafiosi puntavano sul nero e sul bianco. Più sul bianco che era dato per favorito.

D’altra parte, a Realturco, il Cajo rappresentava il passato e Cucchiara, pur con tutte le sue improvvide arroganze, il nuovo, il futuro. Quel mi­serabile futuro che le classi dominanti italiane avevano assegnato alla Sicilia e al Meridione: pane e ingiustizia, criminalità, mala politica e cattiva economia e tanto, tanto clientelismo. Chi rifiutava poteva solo emigrare, con ampia facoltà di scelta della destinazione.

E così avvenne. Moltissimi emigrarono negli anni dell’immediato do­poguerra e non parevano intenzionati a tornare. Altri erano in procinto di partire. Ancora oggi, da Realturco si continua a partire, ad emigrare. La maledizione non è finita.

 

3...               Nella concentrazione ideata e diretta dal Cajo senior, figura­vano candidati di sua provata fiducia e al suo personale servizio, cui facevano coda altri indicati dal Msi (neo fascista), dal Psi e, purtroppo, qualcuno anche dal Pci.

A Realturco la sezione del Pci non esisteva. Era stata chiusa dieci anni prima a seguito del fallimento della lotta per la riforma agraria e della conseguente emigrazione della gran parte dei compagni.

Da qualche mese, dopo una clamorosa lite con il parroco per questioni di ping pong, nove ragazzotti quindicenni avevamo aperto un circolo della Federazione giovanile comunista italiana (Fgci) al quale si iscrissero diverse decine di giovani, di cui nessuno in età di votare. Giovanissimi, senza alcuna esperienza politica, ci trovammo a dover sostenere un accordo elettorale che il Cajo padre aveva trattato con l’on. Totò Di Benedetto, eroe della lotta antifascista, deputato e sindaco di Raffadali.

A Realturco, il Pci contava due/tre tesserati e una trentina di elettori (33 per l’esattezza) che non vollero mai uscire dal “segreto della ca­bina elettorale” poiché temevano rappresaglie da quelli del municipio, dai datori di lavoro e dalla chiesa che minacciava di scomunica chi si fosse schierato con il “comunismo ateo”. Elettori fedeli al simbolo, alla bandiera che disconoscevano il ruolo dei dirigenti. Simile a una setta priva di officianti. 

Specie sotto le campagne elettorali, l’arciprete non trascurava occa­sione per minacciare il fuoco eterno dell’inferno per chi avesse votato per i comunisti. Dopo avere salutato il fascismo “inviato dalla divina Provvidenza”, ora chiedeva ai fedeli atterriti di votare per un partito “democratico e cristiano”.

“La croce, figli miei, è il segno del nostro destino.” Il simbolo della Democrazia cristiana era appunto lo scudo crociato. Più chiara di così non poteva essere l’indicazione elettorale!

Responsabile del Pci locale si era autonominato un ex “ardito del po­polo” il quale, nonostante il nuovo incarico, non riusciva a metaboliz­zare la sconfitta del fascismo, di Mussolini “tradito dai ricchi e dal Va­ticano”. Indignato per tale tradimento, passò dagli ardori fascisti a quelli comunisti.

Si convertì per tempo, giorni prima dell’arrivo degli americani e così, in virtù della nuova uniforme, fu nominato dalle autorità alleate mem­bro del locale Cln in rappresentanza del Pci.

Il Cln - acronimo di Comitato di liberazione nazionale - fu istituto an­che a Realturco, dove mai si era manifestato un segno di opposizione al fascismo imperante. Come in quasi l’intero Sud italiano.

Pertanto, non essendoci in paese antifascisti autentici, nemmeno a cer­carli con il lanternino, il Comitato fu composto di fascisti frettolosa­mente convertiti. Coerenza dell’incoerenza che è alla base del trasfor­mismo più deteriore.

Girò voce che fra le tante ignominie commesse da siffatto “Comitato” ci fu quella di avere “garantito” (salvandolo da una dura condanna) la lealtà antifascista a un paesano sotto inchiesta in Emilia Romagna per­ché accusato di avere svolto le mansioni di spia, di segnalatore occulto di “sovversivi e partigiani”, per conto dei rastrellatori nazifascisti.

Il Cln svolgeva le funzioni dell’autorità politica provvisoria, mentre il potere amministrativo fu conferito dagli “americani” al santangilese Ugo Guarino Amella, amministratore dei beni del duca e fratello del più celebre Giovanni Guarino Amella, deputato nazionale di un certo peso.

 

4...               Come detto, il comizio dell’abbucatu era molto atteso da soste­nitori e avversari. Chi si aspettava programmi per risollevare le sorti davvero precarie del piccolo comune restò deluso. L’oratore si diffuse in un arzigogolo di frasi a effetto, fra il carnascialesco e la goliardia, per dilettare la folla accalcata intorno al palco, denigrando, demolendo la personalità (piuttosto debole) del suo avversario.

“Nel caso, assai improbabile, che egli vincesse le elezioni - proclamò - non sarà lui il vero sindaco, ma il suo “illustre” genitore, lo stratega, il mago di questa grande ammucchiata.”

In un crescendo di notizie sensazionali, concluse con il “botto”, sve­lando il contenuto della sbandierata “sorpresa”: “E poi, è inutile votare per Cajo perché è i-ne-leggi-bile. Ripeto: i-ne-leggi-bile! In quanto di­pendente di un ente consortile cui aderisce il nostro comune. Perciò, sono voti sprecati, inutili…”.

Insomma, un coup de théatre. Il riferimento al teatro non è improprio, anzi calza benissimo.

A quel tempo era la politica a prendere dal teatro e non viceversa, come oggi accade. La politica stessa era teatro poiché il pubblico così desiderava che fosse. Maschere e pantomime, finzioni e paradossi, sar­casmo e offese anche le più scabrose, intime.

Un esempio. Si raccontava in giro che in un comizio della campagna elettorale di Racanusa, un capolista rivolse al suo diretto rivale questo insinuante interrogativo: “Tu lo sai qual è il colore delle mutandine di tua moglie? Forse, tu non lo sai. Ma io lo so: è rosa, rosa.”

Seguirono applausi e risate a crepapelle.

Per la cronaca, le elezioni le vinse lo sbeffeggiato marito!

Ovviamente, certi tromboni prendevano dal teatro l’aspetto deteriore ossia la teatralità declamatoria, impulsiva che non parlava alla mente, ma al ventre della gente la quale, solitamente, optava per il più diver­tente, per il più sarcastico e, sempre, per il più potente.

Ai comizi si andava per ridere, per sghignazzare, per compiacersi, per applaudire ogni invettiva anche quando non si capiva il significato.

 

5...               La notizia dell’ineleggibilità fece esultare i sostenitori dell’abbucatu e raggelare quelli del fronte opposto. Di nuovo lo spettro dell’errore aleggiava sopra lo schieramento anti DC, inquietava i suoi sostenitori. Gente che aveva messo la faccia, e qualcosa d’altro, nel duro confronto elettorale non poteva essere gabbata una seconda volta.

La prima fregatura l’avevano presa nel 1960, al debutto del consiglio comunale uscente quando, a causa di una banale dimenticanza (la mancata presentazione della dichiarazione di alfabetismo), furono di­chiarati decaduti i tre consiglieri di opposizione.

Il 1960 fu un anno di svolta. La Dc, in piena riscossa antimilazziana, vinse di misura le comunali (con 3 voti di scarto) e riuscì a far dichia­rare decaduti, per analfabetismo, i tre consiglieri di opposizione più che titolati ossia un medico, un “abbucatu” come il sindaco e un inse­gnante elementare.

Una dimenticanza alla quale si attaccò il Cucchiara che, molto demo­craticamente, li fece espellere dal consiglio comunale.

Beffati e sfottuti come analfabeti anche se due avevano una laurea e il terzo un diploma magistrale. Soprattutto quest’ultimo non si dava pace. “Analfabeta a me? Perdinci! A me che ho insegnato a leggere e a scri­vere a generazioni di bambini? Cose da pazzi…!”

Fecero causa, ma la persero. La gente non capiva tanto accanimento contro l’opposizione.

Ma l’abbucatu fu inflessibile: c’era una sentenza e doveva essere ap­plicata. Pertanto, fuori dal civico consesso, anche se rappresentavano la metà esatta dell’elettorato. Dura lex, sed lex. La dura legge della De­mocrazia cristiana!

Grazie a tale espediente, il neo-sindaco si fece quattro anni di ammini­strazione senza opposizione e poté sbizzarrirsi in un clientelismo, in un affarismo mai visti prima nel piccolo paese.

Perciò, la “rivelazione” insinuò più di un dubbio, creò sgomento fra gli esponenti e i sostenitori della lista civica.

Anche stavolta gli strateghi della campagna elettorale potevano aver commesso errori nella procedura, nelle verifiche delle incompatibilità, delle ineleggibilità e così mandato a carte e quarantotto la nuova, diffi­cile battaglia contro lo strapotere della Dc e l’arroganza dell’arciprete Ponti.

 

6...               L’avvocato Tumminello, uno dei tre consiglieri decaduti, respon­sabile del “procedimento” burocratico elettorale, si chiuse in una stanza con due suoi collaboratori per studiare il caso.

Il salone dell’abitazione del Cajo si riempì di sostenitori ansiosi di udire una smentita solenne e argomentata alla “sorpresa” annunciata dal sindaco. Fra i presenti c’era, sicuramente, qualche “spia” inviata a curiosare, a saggiare gli umori del campo avversario.

Come in tutte le guerre che si rispettano anche nelle battaglie elettorali c’erano le spie. In entrambi i campi. Tumminello lesse e rilesse le norme contenute nell’opuscolo delle istruzioni concernenti la presenta­zione delle candidature. Ogni tanto si fermava indignato: “Vedi qui non c’è nulla. Non capisco dove l’appoggia, le norme sono chiare. Guardate, guardate anche voi”, rivolto ai due collaboratori.

Questi, che non se la sentivano di entrare nel merito, la presero alla larga: “Abbucà, drocu vossia ava sbrugliari la facenna. Noi solo le firme abbiamo raccolto, come lei ci disse. Roba di voialtri avvocati è…”

“Sì, va bene. La norma è chiarissima: non sono previste incompatibi­lità, tanto meno ineleggibilità. Stavolta, questo figlio di… .ha passato il segno, ha mentito al popolo, ha fatto speculazioni di bassa lega. Figlio di…”

Tumminello si bloccò sul genitivo poiché si ricordò che la madre del perfido abbucatu era sua zia.

Allora la politica spaccava i vari clan familiari che si organizzavano dietro il cognome di un “capobastone” influente, benestante.

Metteva uno contro l’altro fratelli, sorelle, cognati, cugini e qualche volta anche padri e figli.

“Veramente! Questo imbroglia-popolo ci considera così fessi? Per ogni evenienza, prima di depositare la lista, abbiamo fatto visionare, controllare la documentazione all’avvocato Saldì, un principe del foro agrigentino, che di queste cose se ne intende assai.”

Il ragioniere Salvaggio accennò, timidamente, un quesito: “Forse, può configurarsi una questione d’interpretazione della legge, di qualche circolare ministeriale?”

“No. La norma è chiara. Guarda qui. Non esiste una questione d’inter-pretazione. Nemmeno di circolari ministeriali. Qui siamo in Sicilia in regime di autonomia speciale. Le competenze elettorali per gli enti lo­cali sono di esclusiva pertinenza della Regione. Ecco, questo è il li­bretto delle istruzioni che noi abbiamo rispettato dalla A alla Zeta…”

“Va bene avvocato. Certo che lei conosce la legge meglio di tutti noi. Ora, però, dovrebbe andare a tranquillizzare i nostri amici che premono dietro la porta.”

 

7...               Tumminello, il viso infiammato dalla rabbia a lungo trattenuta, si preparò per affrontare la folla che rumoreggiava.

Fra le mani stringeva alcuni fogli e l’inseparabile manuale contenente la raccolta delle leggi elettorali e le istruzioni per la presentazione delle liste, per lo svolgimento delle votazioni, degli scrutini, ecc.

La sala, ancor più straripante di afecionados, ammutolì. Zi Angilu To­nale, il fido incaricato di organizzare la claque nei comizi e l’ordine nelle riunioni, alzò le mani: “Allargamu! Allargamu picciotti! Ora l’abbucatu nni dici chiddru ca n’havi a diri. Fati attenzioni a li so palori e silenziu. Mi raccumannu!”

L’avvocato, seguito dai suoi due consiglieri, apparve nel salone in tutta la sua scheletrica potenza, fendette la calca come Mosè le acque del mar Rosso, e così parlò: “Menzogna! Spudorata menzogna! Bugiardi e disperati. Sentono l’odore acre della sconfitta e vorrebbero cambiare le carte in tavola, con l’inganno. Persi sunnu….”

“Veru è, veru é. Persi sunnu…Viva u dutturi Caju e l’abbucatu Tum­minello” - rispose la folla come una sola voce.

L’avvocato si schernì e con la mano fece segno di placare gli animi. Ci pensò zi Angilu: “Picciotti, allargamu e fati silenziu e ascuntati chiddru ca dirà l’abbucatu, accussì ni putiti parlari cu la genti e svirgugnari li nostri nimici.”

“Ho usato questo termine “menzogna” per stigmatizzare (“minchia” esclamò qualcuno che mai aveva udito questo verbo) il comportamento scorretto del capolista avversario, il famoso “abbucatu” che, poi, è solo pro­curatore legale. Prima che diventi avvocato n’havi strata da fari…” Tumminello conosceva la “strada” perché si trovava nella medesima condizione dell’avversario .

“Veru è, veru è.” interruppe il pubblico.

“La legge, signori miei, è qui e parla chiaro. Canta. Questa presunta incompatibilità non è contemplata. Non esiste. Ma di che cosa stiamo parlando? La verità è che non sanno a cosa altro aggrapparsi per evi­tare la sconfitta che domenica prossima li travolgerà.”

 

8...               I grandi capi, con al centro il vecchio Cajo, stavano dietro la folla che chiedeva di reagire subito alla pericolosa menzogna. Che fare? La piazza era ancora piena di gente che commentava lo scoop, ridicoliz­zando quelli della lista civica che anche stavolta si erano infilati da soli nel sacco.

L’idea venne a Nené Capostagno che la suggerì al dottore: “la “pas­siata”. Organizziamo una grande sfilata dimostrativa in piazza. Una prova di forza. Così ci contiamo e vedremo chi è più forte; chi vincerà e chi perderà le elezioni”.

“Come si fa? A quest’ora. Ci vuole tempo per organizzarla…” - per­plesso il dottore.

“Si vossia è d’accordo, ci pensiamo noi a organizzarla. Seduta stante. Ci basta un fischio.”

“E la liggi, la legge ci darà l’autorizzazione?”

“Non è necessaria. Non sarà un comizio o un corteo politico. Faremo semplicemente una passiata, una passeggiata in piazza. Solo che invece di essere sette- dieci persone, saremo duecento, trecento persone, intere famiglie che passeggiano, liete, per il corso. Non siamo più ai tem-pi….”

Capostagno si bloccò, appena in tempo. Gli stava scappando un richia­mo a un’odiosa legge fascista che considerava adunata sediziosa qual-siasi assembramento superiore a tre persone.

Sarebbe stato di cattivo gusto evocare questo reato di fronte a un ex ge­rarca della milizia.

Il vecchio medico inarcò le sopraciglia. Colse al balzo la proposta, an­che per far sgomberare il suo salone da tutta quella gente arrabbiata. Egli stesso diramò l’invitò: “Tutti a la “passiata” in piazza. Andate a prendere le vostre mogli, figlie, sorelle parenti, vicini di casa e, fra mezz’ora, concentramento davanti il bar della romana. Vi voglio ve­dere (ndr: non era un invito ma una minaccia per chi non si fosse fatto vedere) tutti contenti ed eleganti. Sfileremo compatti e numerosi verso la chiesa…La piazza sarà nostra. Stasera la piazza, domenica il munici-pio!”.

Mancò solo un “A noi!” per un pieno rientro nell’atmosfera del vec­chio regime.

“Passiata, Passiata ”, urlò la gente, ognuno dirigendosi verso casa a mobilitare le donne.

La passiata ossia la sfida solenne di una potenza quieta e vincente.

 

9...               Gruppi di sostenitori della lista Dc erano raccolti sotto la grande casa dell’arciprete, dirimpetto alla chiesa, mentre i lori capi erano riuniti nello studio del Ponti per mettere a punto la strategia per la fase finale della campagna.

Continuavano a commentare il comizio del loro capolista, gli effetti devastanti di quella “rivelazione”, quando udirono uno strano brusio provenire dal corso.

Non volevano credere ai loro occhi. Una cosa mai vista in una cam-pagna elettorale. Una marea umana, una massa di persone, uomini e donne parate a festa, avanzava, ondeggiando, dietro al medico Cajo che mo­strava al popolo i “suoi due gioielli” (il figlio capolista e la combattiva Tina, venuta apposta dal continente per sostenere il fratello) e ai vari maggiorenti della lista civica, sottobraccio alle loro eleganti consorti. Avanzavano, sorridenti e tranquilli, verso la chiesa. Un corteo per nulla politico. Allegri, ordinati, elegantemente vestiti, parevano che stessero andando a un matrimonio.

Salutavano a destra e a manca. Zi Tonale annotava, a mente, chi si mo­strava indifferente o, peggio, insofferente al loro passaggio.

Questi soggetti erano collocati nel girone degli incerti, degli indecisi, dei potenziali contrari, ai quali sarebbe stata applicata la solita cura: prima la carota e poi, eventualmente, il bastone.

Non si udivano slogan, nessun riferimento polemico allo scontro elet­torale.

Zi Angilu era stato categorico. “Faremo una passeggiata non una mani­festazione elettorale! Perciò, solo saluti, sorrisi. Al massimo qualche segnale (nsigna) d’invito a unirsi al corteo.”

Bisognava dimostrare allegria, certezza nella vittoria, per disorientare l’avversario e convincere gli indecisi, quelli che, per andare sul sicuro, si schierano sempre dalla parte del vincitore o presunto tale.

Lo stato maggiore della lista avversaria corse al balcone per osservare, da dietro le persiane, l’inatteso corteo. L’abbucatu Cucchiara, tronfio e impomatato come un attore dell’avanspettacolo, scese fra i suoi soste­nitori e fan, per incoraggiarli, per far capire a tutti che non si lasciava intimidire da quella messinscena.

 

10...           Giunto che fu innanzi alla Matrice, a due passi dagli avversari asserragliati sotto la casa dell’arciprete, il corteo si fermò, non si scom-pose, restò compatto e contento com’era stato per l’intero tragitto. Non sapevano che cosa fare. Si guardarono intorno, fra loro con occhi perplessi.

Si era creata una situazione di stallo alquanto imbarazzante, di evidente tensione poiché la folla, per quanto allegra, era quasi a contatto fisico con gli avversari.

Eppure, nulla si muoveva. C’era il rischio di una provocazione, di una colossale rissa.

Ci pensò zi Angilu a sbloccare la situazione: “Viva u detturi Cajo, u novu sinnacu!”

Un urlo corale salì verso i tetti delle case intorno. Fuggirono le rondini, i passeri a centinaia, i piccioni che tubavano nel nido. Anche il gufo, volteggiante nell’alto dei cieli, ebbe paura e andò a rifugiarsi sulla rocca del castello, sua dimora. Meno male che nessuno lo noto, poiché un gufo spaventato non è, certo, un buon presagio.

Da lì quella folla doveva allontanarsi per evitare il contatto con quelli del fronte avversario. Si sapeva che alcuni sostenitori di ambo le liste venivano ai comizi armati di pistola. Capitava a ogni elezione comu­nale poiché - come detto- la mafia, presente in entrambi gli schiera­menti, riteneva di dimostrare la sua appartenenza “politica” con la… pistola. Si rischiava di far degenerare quel lieto assembramento in una scena di western.

Il dottore fece un segno a zi Angilu che capì allabicu (a volo).

“Arrutamu! Arrutamu! (raggruppiamoci) - zi Angilu s’imponeva come direttore dell’orchestra elettorale – “Faciti passari li nostri detturi. Tur­namu davanti o bar della romana. Forza picciotti, ca npugno l’avemu!”

Intendeva dire la “vittoria”, ma vi fu chi ironizzò pesantemente su tale metaforico concetto.

E così, sempre sorridenti e un po’ spavaldi, il corteo ritornò al punto di partenza. Questa volta - fu notato- a passo lesto.

 

11...           La notte è lunga e per i capi bastoni delle due concentrazioni non era fatta per dormire. Infatti, cessata la baldoria in piazza, i sorri­denti cortei di uomini baldi e di dame imbellettate, iniziò la guerra sotterranea, clandestina per accaparrarsi il voto degli indecisi e/o di quegli elettori che non vanno a votare senza obolo.

Povera gente che si contentava di cibarie: una o due (secondo la prole) “cartate” di buona pasta “Piedigrotta”, due kg di zucchero e un pacco di caffè, un buono Eca (ente comunale di assistenza) da prelevare dai bottegai amici.

L’abbucatu dc era scatenato, infaticabile. Era lui a fare il gioco. A tutti prometteva qualcosa, senza ritegno. Anche posti di lavoro. Mezzi posti di lavoro, addirittura. Si avete letto bene: mezzo posto di lavoro a testa. Giunse a dividere in due l’unico posto di “fontaniere”, previsto in pianta organica, e lo promise a due padri di famiglia.

Metà a uno e metà all’altro. Ovviamente, i due, una volta in organico, si spartirono l’unico stipendio messo in preventivo.

Diabolico o miserrimo? Fate voi.

Perciò era pericoloso, era l’uomo da seguire, da pedinare, da stanare, da bloccare. Si organizzarono le squadre (le ronde notturne) per con­trollare ogni via del paese, soprattutto le case di quegli elettori tenten­nanti o troppo bisognosi. Si decise di denunciare ai carabinieri le incur­sioni notturne dell’abbucatu, costringendo anche i militi a sobbarcarsi lo straordinario.

Ricordo che una notte, verso le due, ci fu segnalato che l’abbucatu si era infilato in casa di Maddì, in via “Jonson”(senza la “acca”), la ex via Pastori. A tal proposito, aggiungo una chicca per far capire fin dove poteva spingersi il clientelismo democristiano.

La via era stata ribattezzata con il nome del chiacchierato presidente Usa, per altro ancora in vita, su richiesta di un residente, elettore dc, che pensava con ciò d’ingraziarsi quelli del consolato Usa presso il quale giaceva una sua richiesta di visto.

Corremmo a verificare senza far rumore. Dal “gattaloru” si scorgeva una luce fioca, traballante. Assolutamente insolita per quell’ora. Era la prova che dentro c’era qualcuno: l’informazione era esatta.

Chiamammo i carabinieri e decidemmo di attendere l’uscita del visita-tore notturno. “Prima o poi dovrà uscire!”

Passò mezz’ora, ma quella porta non si aprì. I carabinieri bussarono. Affacciò Maddì tutto sorpreso alla vista di quelle divise e della piccola ressa che si agitava dietro. Mentì spudoratamente, com’era stato adde­strato dal fuggitivo. Dichiarò che in casa sua non era entrato nessuno e pertanto nessuno poteva uscirne. In realtà, qualcuno ci disse di aver vi­sto, in quella notte concitata, un uomo alto e corpulento sgattaiolare dalla porticina retrostante che da sui giardini di Cugnu nutaru.

Insomma, l’abbucatu ci aveva fatto fessi un’altra volta.

 

12...           A proposito di pedinamenti, d’inseguimenti notturni, ricordo un altro episodio di quella memorabile campagna elettorale che ci la­sciò di stucco e ci fece fare quattro belle risate.

Che cosa era successo? Era arrivata una segnalazione secondo la quale l’abbucatu era a caccia di voti alla “Chiazza picciula” (piazza piccola) dove si concentrava un alto numero d’indecisi e di famiglie bisognose. Non era notte fonda. Potevano essere le 22,30. Una piccola squadra, capeggiata da Mimu Sostanza, fu inviata a controllare. La missione as­segnatale era di osservare, rilevare e tornare a riferire. Roba che richie­deva un quarto d’ora, venti minuti al massimo. Salvo complicazioni, naturalmente.

Trascorsero i venti minuti, la mezz’ora, ma la squadra non rientrava. Ci preoccupammo. Andammo a verificare, a controllare se per caso non ci fosse stata una complicazione, una provocazione.

Scendemmo per la stradina che, da dietro il giardino dell’arciprete, conduce alla Chiazza picciula, passando sotto l’Arcu.

Già all’altezza della casa di zia Cettina “gattinisa” si udì un lieto can­tare, parole reboanti e impegnative intercalate da sghignazzi d’osteria. Provenivano da un catoio, illuminato a giorno, che dava direttamente sulla piazza. Il locale era di pertinenza di un mio parente che lo usava come cantina nella quale, ogni anno, si “nchiudeva” (acquistava) due botti di mosto della celebrata vigna di don Milio. Una riserva. ottima e abbon­dante, per il suo personale consumo e per il diletto di qualche amico e compagnone d’osteria.

Era chiaro che dentro quel catoio si stesse festeggiando. Ma chi, che cosa?

Strano! Una festa in piena notte e nell’antivigilia del voto, quando si accentuano le tensioni, le polemiche giungono alle stelle e si lotta con ogni mezzo fino all’ultimo voto?

Ci avvicinammo. Ai nostri occhi si presentò una scena davvero sor­prendente, dionisiaca. I membri della nostra squadra con un bicchiere in mano stavano inneggiando, insieme al padrone della cantina, all’indirizzo dell’onorevole Giulio Configlio.

Restammo sconcertati non solo perché i nostri inviati non avevano adempiuto la missione, ma anche perché inneggiavano, in combutta col nemico, a un grosso esponente dc, anche se deceduto da una ventina d’anni, padre del più potente e attuale nostro avversario .

Il vino, specie se è buono, può provocare effetti contraddittori!

Di fronte a quella scena lasciva, di edonismo etilico che sapeva di am­mucchiata politica, mi mostrai il più indignato. Avevo solo sedici anni, e proprio in quei giorni d’infuocata campagna tenni il mio primo comi­zio in piazza. Una sorta di battesimo del fuoco. Ero riuscito a vincere la paura della folla, del blocco improvviso. Sentivo sulle mie spalle una responsabilità enorme, ben oltre i limiti dell’età e del peso politico rappresentato che era minimo.

Eravamo infognati in quella campagna elettorale, ma il nostro ideale  rivoluzionario correva dall’Italia al Vietnam, a Cuba, al mondo. “Hasta la victoria, siempre”, gridavamo, inneggiando al “Che” Guevara.

Altro che il dottor Cajo e l’bbucatu Cucchiara! Ma tant’è.

Il confronto politico era concepito come una guerra. Si combatteva per vincere, senza tanti riguardi per il nemico. Perciò, non si capiva come quei nostri inviati si fossero lasciati irretire, attirare da un bicchiere di vino, tralasciando il compito assegnato.

Non c’erano attenuanti per quell’errore. Sicuramente li avrà attirati il proprietario della cantina, schierato apertamente con la Dc. Tutto era possibile. Mentre loro bevevano, cantavano, l’abbucatu si sarà fatto qualche “visita” e recuperato chissà quanti voti, a nostro danno.

 

13...           Ci trovammo di fronte alla seguente scena. Il padrone di casa, a cavallo sulla botte, teneva in una mano una bottiglia semipiena e nell’altra un bicchiere di vetro incrostato di residui di vino. Stava pro­nunciando, anzi parafrasando, un memorabile discorso che, qualche anno prima, aveva tenuto a Realturco l’on. Giulio Configlio, presidente dell’Assemblea regionale siciliana.

“Cittadini di Realturco, davanti questa bella Chiesa Madre, vi giuro e vi prometto che con il nuovo governo la vostra miseria sarà un ricordo, solo un triste ricordo. Cambieremo tutto. Ci sarà lavoro per i disoccu­pati, per i padri di famiglia. Fermeremo l’emigrazione. Non si dovrà andare all’estero per trovare un lavoro. Il lavoro sarà qui, a due passi di casa. I cittadini di Realturco, della Sicilia andranno all’estero solo per fare i turisti!...”

Com’è noto, la Dc vinse alla grande, fece il nuovo governo, ma i citta­dini di Realturco e di altri paesi dell’Isola continuarono ad emigrare, più di prima. Non per turismo ma per un tozzo di pane.

Nella cantina, l’uditorio era attento, ma non plaudente. Alcuni ridevano solo quando l’improvvisato oratore inciampava nell’eloquio.

Per quanto esaltato nello “spirito”, il padrone di casa capì che era me­glio passare alle sue proposte alternative sulle quali, da tempo, andava meditando. Cambiò completamente tono e registro.

“Lavoro? Ancora lavoro? Ma se stiamo morendo di lavoro! O perché manca o perché è troppo duro. Abbiamo bisogno di allegria, di felicità. E ditemi cu li porta sti piaciri?

Il vino, signori miei. Solo il vino ha il potere di cambiare l’umore di una persona. Uno o due bicchieri di vino ti fanno superare ogni tris­tezza. Perciò, vi prometto che se voterete per me e io andrò al governo avrete vino a volontà. Ad ogni famiglia sarà assegnata una “vutti” (botte) di vino. Darò una sovvenzione a zia Santa per abbassare i prezzi del quartino…”

Scoppiò un applauso potente, unanime. Si udì uno scroscio di bic­chieri, come di brindisi, seguito da vivi e prolungati applausi: “Viva il nostro Giulio Configlio! Viva l’onorevole Configlio!”

“Viva il vino che unisce e rallegra i popoli del mondo!”, sottolineò il Sostanza in omaggio all’internazionalismo etilico della classe operaia.

“Viva lu vinu ca teni u tramazzu” - aggiunse Pellegrino stanco di tran­gugiare vino “acitusu”.

Viva di qua, viva di là, in quel catoio si coglieva un forte spirito di so­lidarietà, un’allegra unanimità, una (con) fusione spirituale, etilica che rendeva raggiante l’oratore, madido di luccicante sudore. Il discorso, le sue promesse enologiche avevano fatto colpo su amici e avversari.

Mentre fuori c’era la guerra all’ultimo voto, in quel catoio si era realiz­zata una spettacolare unione d’intenti, cui non poterono sottrarsi i no­stri inviati.

A noi non restò che prendere atto della ritrovata unità popolare e farci una gran bella risata.

E pazienza, se anche questa volta, l’abbucatu, complice l’allegra com­briccola, fece perdere le sue tracce e ci avrà fregato qualche manciata di voti.

 

14...           Anche nello schieramento democristiano avevano un bel daf­fare per inseguire, controllare gli spostamenti notturni degli avversari.

Quelle quattro automobili, comprate a rate, erano tutte impegnate in veri e propri caroselli. Roba mai vista in paese. Io inseguo te, il tuo amico insegue me, il mio amico insegue il tuo amico, ecc. ecc. La notte era un inseguimento generale. In realtà, era un diversivo per coprire le “visite” vere, fatte a piedi.

In una di queste notti, Tanu Bendico, sindacalista di destra che aveva un fratello nella lista civica, pensò bene di fare uno scherzo agli avver­sari. Chiamò alcuni giovani supporter motorizzati e ordinò: “Picciotti, amuninni, partemu!”

“Unni amu a ghiri, duttù?”, domandò uno.

Tanu, si prese il “duttu” senza averne diritto, e sempre con fare miste­rioso, furbesco replicò: “Acchianati na vostra machina e viniti appressu a mia. Seguitemi!”

Un “Alfa Romeo” vecchiotta, seguita da una “124 Fiat” con due uo­mini a bordo, partirono, a tutta velocità, in direzione della Fuvureddra, lungo la provinciale che porta ad Agrigento.

I vigilantes della Dc salirono su due automobili e partirono all’inse-guimento. Fra questi, il più fremente era un certo Luvici F. il quale sfoggiava una fiammante “Giulietta”, capace di “affumari” qualsiasi auto degli avversari.

Era notte. La gente dormiva, i cani abbaiavano sconvolti dallo sgom­mare di auto, dal turbinio di quei fari impazziti. Vicino la chiesetta della Madonna del Perpetuo soccorso si udirono due o tre frenate.

Tanu andò a posarsi sopra un dosso, di fianco la fontana (oggi sparita). Accanto si fermò l’auto con i suoi due accompagnatori della lista ci­vica.

Sopraggiunsero, nfuscati, gli avversari che per poco non urtarono le auto dei nostri.

In questo gran trambusto, si vide uscire dall’Alfa, lentamente e sorri­dente, il Bendico il quale salì sul dosso per essere visto e registrato, si portò una mano alla “granatera” (cerniera) dei pantaloni e iniziò a pi­sciare con il massimo diletto, con soddisfazione.

Si mostrò perfino divertito, esibendosi in alcune piroette perfettamente circolari. Il tutto illuminato dai fari delle quattro auto.

Tanu fece con calma. Sgocciolò. Indi si ricompose e rivolgendosi agli avversari esalò un “Ahhhhhh” prolungato, liberatorio. Seguito da una dichiarazione ironica, tranciante: “Vi ringrazio. Vi ringrazio di vero cuore. Mi sento davvero onorato. Mai nella vita mi era capitato di es­sere scortato per andare a fare una… pisciata al chiaro du luna!”

 

15...           Dopo la “passiata” la piazza si svuotò. Ai quattro angoli, resta­rono a confabulare piccoli gruppi di sostenitori di ambo gli schiera­menti.

Un gruppetto volle accompagnare il vecchio Cajo che abitava nei pressi del corso, in una grande casa di fianco alla Chiesa. Da notare che il suo eterno rivale, l’arciprete Ponti, abitava dal lato opposto della stessa chiesa, in una casa altrettanto grande con giardino e un ampio affaccio sulla piazza.

Insomma, due acerrimi nemici divisi dal Tempio.

“E meno male che di mezzo c’è la Matrice, altrimenti i due si sareb­bero presi a “scupettati”, diceva qualcuno.

L’accompagnarono così per rispetto, ma anche perché desideravano parlare di quel “punci ntesta” (preoccupazione) iniettato dal discorso del sindaco.

Certo, la “passiata” era andata bene, ma non era riuscita a fugare tutte le ombre. E poi, una cosa è passeggiare ben altra cosa è votare. Nel se­greto della cabina elettorale, quanti di questi passeggiatori voteranno per la lista civica? Alcuni erano fortemente sospettati di essere “double face” ossia di fare il doppio gioco.

L’annuncio del sindaco dc non era da sottovalutare. Aveva fatto tre­mare anche i caporioni e sicuramente fatto nascere più di un dubbio nell’elettorato più ondivago, più credulone.

E a fugarli non bastavano le assicurazioni giuridiche dell’avvocato Tumminello. Insomma, le cose si potevano mettere male, si rischiava di perdere le elezioni.

Pertanto, appariva necessario e urgente invitare un avvocato di grido, un “amministrativista”, a tenere un comizio per sbugiardare il capolista avversario e rassicurare il popolo inquieto.

Ma chi? Si guardarono in faccia, ma nessuno volle prendersi la respon­sabilità d’indicare un nome.

Ci pensò il medico a rompere il ghiaccio: “E chi meglio dell’avvocato Cartese? Salvatore Cartese, socialista, popolare, grande avvocato e grande oratore. Sì, invitiamo lui. Vedrete che gliele canterà a dovere al signorino.”

 

16...           La serata era rinfrescata da un venticello di tramontana che invitava a uscire da casa per ascoltare l’avvocato Cartese, principe del foro di Agrigento e “cassazionista” fecero dire al banditore pensando con que­sto titolo altisonante di sbaragliare il nemico che era solo un procura­tore legale.

Il comizio era stato annunciato e ri-annunciato per ogni via e piazza. Anche nelle estreme periferie.

“Cittatini, sintiti, sintiti! Dumani sira in chiazza, davanti la chiesa, parlerà pi la lista du detturi Caju, l’abbucatu Totò Cartisi, da tutti canu­sciutu comu sinnacu di Calamuto e principe di fora…Dumani sira, versu li novi, siti tutti mmitati. Mangiati e nisciti.”

Prima del comizio, è opportuno spendere due parole sulla figura e l’opera dell’avvocato Salvatore Cartese di Calamuto, il paese dei morti, la Regalpetra di Leonardo Sciascia.

Per i compagni e per gli amici era, semplicemente, Totò.

Convinto anticlericale ed esponente della corrente di sinistra del Psi, di lui si raccontano decine di divertenti aneddoti concernenti le sue multi­formi attività: forense, politica e amministrativa e d’insegnante di di­ritto presso il “ragioneria” di Agrigento.

Alcuni suoi allievi ricordano i bei voti che si beccavano quando asse­gnava come compito in classe un disegno a piacere. C’era chi, con­vinto di trovarsi in un istituto per ragionieri, s’impegnava a disegnare uno sportello bancario, una bottega di frutta e verdura, ecc.

E chi, conoscendo le inclinazioni anticlericali del docente, si sbizzar­riva in elaborati nei quali sfilavano caterve di preti incatenati condotti in un campo lontano, con all’ingresso la scritta “lavori forzati”.

Altri i quali, insistendo sullo stesso tasto, innalzavano forche da cui pendevano tonache nere.

In genere Cartese guardava i disegni dei primi en passant, svogliata­mente e, se fatti bene, mollava un sei, un sei e mezzo.

Si soffermava di più, e con intimo diletto, sui disegni che per soggetto avevano i preti. Più crudele era la raffigurazione, più alta era la sua considerazione e quindi il voto attribuito.

Al miglior supplizio assegnava un voto alto: un otto, un nove e anche un dieci, talvolta con la lode: “Creativo! Veramente creativo. Mi com­piaccio.”

 

17...           La fama del Cartese crebbe a dismisura dopo che riuscì a far assolvere un ex insegnante  dall’infamante accusa di atti osceni in luogo pubblico e altri reati connessi. Cos’era successo? Secondo un rapporto dei carabinieri, l’uomo, notoriamente gay, in una sera d’estate aveva “rimorchiato” un suo ex alunno, un giovane ruspante, assatanato di sesso, di quelli che si eccitano anche di fronte alla crepa di un muro.

Se lo portò in campagna, poco fuori il paese, e con lui s’intrattenne sotto un albero a due passi dalla strada provinciale.

Sfortuna volle che passasse una camionetta di militi ai quali apparve una scena ambigua in cui si vedeva una figura in piedi che sembrava stesse strappando i capelli a un’altra che le stava innanzi, inginoc­chiata.

Ai militi parve che si stesse consumando un atto di violenza.

Corsero e, con il più vivo sconcerto, scoprirono il vecchio professore inginoc­chiato, intento a consumare un atto di sesso orale.

Come vuole la prassi, i due soggetti furono identificati e denunciati all’autorità giudiziaria.

L’accusato chiese all’avvocato Cartese di difenderlo in giudizio. Questi, pur essendo suo rivale in politica, accettò l’incarico in nome del sacrosanto diritto alla difesa.

Totò si diede molto da fare per organizzare la non facile difesa del suo cliente, per prospettare al collegio giudicante una valida tesi assoluto­ria.

Compito arduo ma ci volle provare. È noto che per difendere i loro as­sistiti, gli avvocati non si fanno scrupoli; spaccano il capello in quattro, ricorrono alla menzogna, alterano a loro favore la rappresentazione dei fatti, usano ogni cavillo pur di ottenere l’assoluzione o, in subordine, una riduzione della pena.

Sono dei grandi opportunisti, dotati di molto senso pratico, poiché quel che conta è l’esito finale e la … parcella.

In questo caso, bisognava demolire un rapporto dei carabinieri, solita­mente pignoli e veritieri.

Non trovando appigli concreti, credibili cercò la soluzione nella sua brillante fantasia.

Contestò la “scena” descritta nel verbale e la trasformò in un convegno fra due amici che, in una sera d’estate, stavano prendendo un gelato al fresco, sotto un albero. Una tesi assai azzardata che propose al tribu­nale confidando nella finezza di spirito, nel senso dell’humor dei giu­dici più che nella giurisprudenza.

Secondo Cartese, quella sera, il suo cliente stava pasteggiando un ricco cono di gelato in santa pace, sotto un fronzuto albero, in compagnia di un suo ex allievo.

“E che male c’è - signori della Corte- se qualcuno decide, in libertà, di andarsi a mangiare un cono di gelato sotto un albero? L’ottimo gelato che fanno a Grotte. Dov’è il reato? Chiedo a voi stimati giudici che vi apprestate a emettere una sentenza nei confronti di un docente di alte qualità morali, timorato di Dio e fedele osservante dei precetti di santa romana chiesa: dov’è il reato?

Il PM si appella al rapporto dei nostri stimatissimi carabinieri. Era notte, avranno equivocato; avranno scambiato il cono di gelato per al­tra cosa... Con il buio possono accadere tali equivoci, accadono. Suc­cede a tutti. Sono convinto che quella notte i carabinieri siano caduti nell’errore, involontario per carità, ma non si può condannare un ga­lantuomo per un errore. Pertanto, confidando nello spirito di giustizia di codesta, rispettabilissima Corte, chiedo l’assoluzione piena del mio assistito perché il fatto non sussiste.”

E così avvenne. La sentenza accolse la tesi della difesa e, scambiando un pene per un cono di gelato, assolse l’accusato con formula piena.

Viva l’Italia!

 

18...           La sede del comitato elettorale della lista civica si trovava pro­prio dirimpetto alla casa dell’arciprete. Quanti bocconi amari gli ave­vano fatto ingoiare. Costretto a sorbirsi, da dietro le persiane, i comizi, le spacconate di quei suoi allievi d’oratorio. Per il Ponti erano pugna­late al cuore, sofferenze acutissime poiché, avendo la tonaca, non po­teva rimbeccare a dovere. Perciò, si era affidato a quel giovane neo-laureato in giurisprudenza nel quale aveva intravisto le doti necessarie per interpretare, attuare la nuova politica democristiana imperniata sull’occupazione dello Stato, sul clientelismo diffuso.

Dovunque la santa Chiesa, i preti e i più alti prelati parteggiavano per la DC facendosi scudo del suo simbolo che era appunto uno scudo cro­ciato.

Ovviamente, non per attuare gli insegnamenti del Cristo dei vangeli, ma per proteggere, acquisire interessi ben più materiali e inconfessa­bili. In quanto a materialismo, i preti erano più avanti, più concreti dei marxisti!

Dal balcone, illuminato a festa, l’altoparlante annunciava l’imminente inizio del comizio del famoso avvocato Totò Cartese, il mangiapreti.

Gli annunci erano intercalati da spezzoni dell’inno di Mameli e di qualche tarantella siciliana che non guastava, anzi era molto gradita dal pubblico.

Di sotto, sul marciapiedi, zi Angilu organizzava la claque all’insegna della parola d’ordine “Arrutamu picciotti! Facemu chiurma (ciurma)! Facemu chiurma picciotti!”

Non casualmente, questa parola evoca la ciurma imbarcata sui navigli commerciali e/o corsari ossia la massa anonima, facinorosa, violenta impiegata negli assalti che, se ben diretta, riusciva a battere il nemico e a fare bottino.

Infatti, per aumentare la “chiurma”, per attirare i ragazzini iniziò a lan­ciare per terra monetine e “bomboloni” (caramelle) che teneva dentro una “burnia” (contenitore) stretta sotto l’ascella. Sordi e “cosi dunci”, come si usava fare nelle occasioni di gaudio, specie all’uscita dalla chiesa dei novelli sposi.

A ogni lancio un nugolo d’indemoniati si precipitava sul punto in cui erano caduti i “bomboloni”, sgomitando, litigando per prenderne il più possibile.

La ressa poteva trasformarsi in rissa che zi Angilu doveva prevenire, sedare, addomesticare e condurre all’obiettivo che era di costituire una folta prima fila di spettatori seduti per terra.

Un po’ come avveniva nel cinematografo del signor Gianni.

Compito ingrato ma necessario, assai arduo poiché dovevano fare “chiurma” senza disturbare l’oratore e senza infastidire i notabili e le loro rispettabili signore che avrebbero preso posto (in piedi) alle loro spalle.

 

19...           Nella piazza c’erano attesa, curiosità. Finalmente, un piccolo corteo fende la folla plaudente. In testa l’avvocato Cartese il quale, per quanto si sforzasse di sorridere, non riusciva a cancellare quel suo ghi­gno di fustigatore anticlericale.

Alla sua destra il giovane Cajo, a sinistra l’avvocato Tumminello fre­mente di prendersi la rivincita su quel parente bugiardo e imperti­nente. Passo deciso e saluti per tutti, in pochi attimi furono sul balcone, accolti da un boato di applausi e di “viva l’avvocato Cartese”, “viva il nostro sindaco Enzo Cajo”.

L’avvocato andò dritto al sodo, alla questione per la quale era stato in­vitato a dare delucidazioni giuridiche. Così esordì:

“Cittadini e lavoratori di Realturco, il granduca della gemma falsa continua a speculare su qualche codicillo per assicurarsi la vittoria con un misero espediente.

Come ha fatto quattro anni addietro quando, passando sul cadavere della scuola, dell’università, della cultura italiana, fece dichiarare anal­fabeti un medico, un avvocato e un insegnante elementare. Dopo aver vinto con soli tre voti di scarto. Tre voti signori miei! Uno, due e tre (contò con le dita).

Evidentemente, temeva che l’opposizione, quei tre galantuomini più che titolati, potessero infastidirlo nell’allegra gestione degli affari del municipio. Dunque, fuori l’opposizione perché formata da persone istruitissime che non sanno leggere e scrivere!

Semplicemente paradossale…vergognoso… A-bo-mi-ne-vo-le, citta­dini di Realturco…”

Sentendosi chiamare in causa, i cittadini risposero con un prolungato applauso e ripeterono quell’epiteto, abilmente scandito, che, non aven­dolo prima udito, li impressionò assai.

“Oggi, il duca dalla gemma falsa sembra puntare al colpaccio: elimi­nare prima del voto il numero uno della nostra lista, il dottor Cajo, che mi sta di fianco, usando la ridicola motivazione di una presunta incom­patibilità fra il suo lavoro professionale di medico e la carica di sindaco che si appresta a rivestire…”

“Veru è, veru é. Viva il nostro sindaco Cajo…” - dal popolo si levò un urlo potente che fece tremare i vetri della finestra dietro ai quali si na­scondeva l’arciprete.

“Tutto ciò - riprese Cartese - è veramente inqualificabile, miserevole, una posizione che denota arroganza e incompetenza…”

 

20...           Seguirono altri “beni veru” e applausi sempre più scroscianti.

“Quest’uomo cinico, senza scrupoli, che si fa chiamare avvocato senza esserlo - sottolineò Cartese - è insofferente verso ogni forma di opposi­zione.

Accanto a lui, vuole soltanto “signorsì”, marionette da manovrare a piacimento. Vuole pupi! Sissignori, pupi! Così come gli ha ordinato il suo “santo protettore”, la vera mente diabolica, che ci sta ascoltando da dietro la persiana della finestra di fronte…”

Puntò il dito verso la casa dell’Innominato. Tutti si girarono in quella direzione e gridarono “Abbassu, abbassu la priputenza.”, “Monaci e parrini: viditi la missa e stoccaci li rini”.

Si udì un tac secco, nervoso provocato dalla chiusura della persiana.

“Vuole le mani libere il novello duca dalla gemma falsa, non sopporta il contraddittorio. Ha fatto dichiarare analfabeti tre valenti uomini che per cultura e scienza sono il vanto di Realturco, mortificando, violen­tando la storia e la tradizione letteraria dell’Italia.

Che orrore! Un vero scandalo! Cari amici e compagni!”

Incautamente, l’avvocato Cartese si era inoltrato in un campo, dove nemmeno i demagoghi più audaci sogliono avventurarsi nei comizi: la letteratura classica.

“Ditemi, ditemi voi o cittadini di Realturco: che cosa direbbero i vari Dante, Petrarca, Torquato Tasso se sapessero di questo obbrobrio?”

L’interrogativo si spanse per il cielo purpureo sopra la piazza e le case intorno, penetrò le menti attonite di quella massa di coppole scure.

“Minchia!” qualcuno disse al vicino -“sta abbucatu la sapi longa”.

“E cu sunnu sti genti ca numinà?” - chiese l’altro.

“Cumpà chi buliti di mia, iu come vu sugnu gnuranti. Certu ca pi muntuarli sariano genti mpurtanti…”

Rimase smarrito, esitante anche zi Angilu Tonale che aveva organiz­zato magnificamente la claque. In tanti discorsi ascoltati, nemmeno lui aveva udito quei nomi. Sicuramente, saranno amici, amici nostri fore­stieri di Roma o di Palermo.

Scattò in piedi e chiese l’applauso prima con un “beni veru all’abbucatu Cartisi”, seguito da un urlò ferino: “Viva Torquato Tasso”.

A questo punto non c’erano dubbi: quel Tasso era uno dei nostri, ma­gari un neo ministro socialista del primo governo di centro - sinistra.

Il popolo fervente rispose con un urlo potente che squarciò la notte e i timpani dell’arciprete Ponti: “Beni veru ! Viva, viva Torquato Tasso!”.

 

(1)    racconto inserito nel capitolo “Cronachette elettorali” del libro “Il cavaliere e la notte”:

https://www.lafeltrinelli.it/libri/agostino-spataro/cavaliere-e-notte/9788892326071