GLI UCCELLI, I PRIMI RE

(un racconto di Agostino Spataro)*

Uccelli di casa mia (foto a.s.)

 

 
1...              L’uomo sembra aver perduto l’abitudine, il piacere di guardare il cielo. Sempre più prigioniero del delirio urbano, l'uomo ha modificato la sua relazione con il cielo. Prima in esso cercava la guida per i suoi viaggi, i segni del suo destino. Oggi l’ignora. Quasi nessuno si ferma a osser­vare i fenomeni, le congiunzioni astrali, le evoluzioni del padre sole, della sorella luna…
Nemmeno i poeti e gli amanti, a quanto pare. I nostri orizzonti sono diventati corti, stantii, fatti di carta e di latta luccicante. Guardiamo al suolo e, ancor più, al sottosuolo che bramiamo penetrare, devastare per trarne veleni e torbidi profitti.
Nel cielo, nei cieli, nelle profondità abissali dell’universo si celano i misteri delle nostri origini e le residue speranze della sopravvivenza dell’umanità.
La perfidia e l’imbecillità degli uomini stanno distruggendo il pianeta in cui viviamo. Si dovranno cercare altri mondi. Li stanno cercando… nel cielo infinito.
Per altro, c’è da dire che da quando l’uomo non guarda più il cielo si perde il grandioso, enigmatico fluire delle notti e il meraviglioso spet­tacolo che di giorno offrono gli uccelli.
E degli uccelli desidero parlare, di questi esserini fragili e gai che possiedono la facoltà più ambita, a noi preclusa: la libertà di volare con le proprie ali. Gli uccelli, nostri diffidenti compagni di vita, che abbiamo rinnegato, separandoci da loro, forse, per sempre.
Eppure, sono sempre lassù sugli alberi, sui tetti, sulle cime delle colline. Nel cielo possibile. Come noi, prima di noi, abitano la Terra di cui hanno bisogno per vivere. Partono e ritornano. Volano ma poi at­terrano per cercare acqua e cibo. Per nutrirsi.
Da quando è mondo, osservare il volo degli uccelli è stata un’attività ricreante e assai proficua.
Gli oracoli interpretavano il volo per predire le sorti di una guerra, di un viaggio, di un amore. Il genio di Leonardo per captarne il principio e costruire una macchina volante: l’aereo che giunse dopo quattro se­coli.
Altri, come noi, per il mero diletto.
 
2...              Osservando la vita degli uccelli viene da chiedersi: è davvero bella, spensierata come appare?
Già nell’antichità, l’interrogativo circolava. Aristofane[1] lo mette in bocca a Pisitero che lo rivolge all’upupa, la quale così rispose : “Beh! Non ce la passiamo male. Per prima cosa qui si deve campare senza porta-foglio… Ci nutriamo nei giardini di sesamo bianco, di mirto, di papaveri, di fichi…”
Senza tanto scomodare i classici, si può dire che gli uccelli sono natu­ralmente felici. Perché hanno le ali, volano.
Da lassù, dalla fascia celeste a loro riservata, vedono il mondo, le cose terrene da un punto di vista davvero invidiabile.
Sulla felicità dei volatili concorda anche il dialetto siciliano quando per dire vagabondare spensierati, usa “anciddriari” un verbo fascinoso e lieve che evoca la bella vita degli uccelli (“anceddri”).
L’uccello è felice, spensierato. L’uomo, da sempre, desidera imitarlo con esiti talvolta disastrosi (Icaro). Anche metaforicamente, come con­siglia Victor Hugo: “Siate come l’uccello posato per un istante su dei rami troppo fragili, che sente piegare il ramo e che tuttavia canta, sa­pendo di avere le ali.” Tutti felici gli uccelli? Non proprio tutti.
Vi sono quelli ancora vittime di una truce caccia, quelli davvero disgraziati, chiusi in gabbia per il piacere degli sciocchi.
Qualche volta, allo sbocciare della primavera, mi è capitato di vedere, lungo la provinciale che porta al ca­poluogo, una rara razza di uccelli suicidi lanciarsi contro il parabrezza dell’automobile e morire sfracellati.
E dire che - sempre secondo Aristofane - gli uccelli furono i primi re. Ancora Pisitero che parla:
“Perché tanta pena mi prendo per voi, che una volta foste re…di tutto il creato, di me per primo, di Zeus stesso: voi siete i più vecchi, nati prima di Crono e dei Titani e della Terra…
Esopo raccontava che l’allodola era l’uccello nato prima degli altri, ancora prima della Terra. Poi il padre le morì di malattia: siccome non c’era la Terra, rimase esposto quattro giorni. Lei non sapendo come fare, per la disperazione, seppellì il padre nella sua testa…” (* op. cit.)
Che forza la mitologia ellenica!
Riesce a trasformare la piccola testa di un uccello da sede del pensiero in sepolcro, in luogo di morte, come nel caso del padre dell’allodola, o in utero divino, in luogo di vita, la testa di Zeus da cui nacque Atena, per partenogenesi.




Foto da Google


 
3...              Torniamo alla realtà dei nostri uccelli che vediamo scorazzare nel cielo plumbeo di questo nuovo secolo che si preannuncia alquanto incerto per tutti gli abitatori del Pianeta, in larga parte avvelenato.
A Realturco (**) il numero dei volatili supera certamente quello degli umani. E non potrebbe essere altrimenti visti anche i ritmi e le dinami­che riproduttive assai divaricanti: gli uccelli crescono e gli umani decrescono. Una decrescita preoccupante, con­fermata dalla fredda statistica che evidenzia un pesante saldo demografico negativo che fa temere, addirittura, per la continuità del ciclo vi­tale.
Nemmeno l’arrivo di gruppi d’immigrati è riuscito a compensare il divario, a bloccare la grave tendenza, rafforzata anche dalla ripresa dell’emigrazione dei giovani del luogo.
E così, il nostro borgo si sta trasformando in una sorta di paese-voliera che potrebbe molto interessare la benemerita associazione detta “Lipu”.
Realturco é un piccolo campione di una contraddizione più grande e diffusa che tormenta il sud italiano: é, al contempo, luogo d'emi­grazione e d’immigrazione. Paesi condannati a vivacchiare senza gio­vani e senza speranza e con molti uccelli.
A chi il futuro? Agli uccelli o a qualche famiglia di rumeni?
Avremo per sindaco un pettirosso? Magari!
A volte penso che se estendessimo il diritto di voto anche ai volatili probabilmente gli umani perderebbero il monopolio del governo delle città e degli Stati. Potremo abituarci a condividere il potere con loro? Almeno per il momento, siamo lontani da una “democrazia totale” os­sia rappresentativa della totalità degli esseri viventi sul Pianeta. In caso affermativo, gli uomini perderebbero il primato!
Pazienza. Visto che, per altro, lo abbiamo esercitato male.
 
4...              Il paese e le campagne intorno sono divenuti rifugio e campo di baldanzose scorrerie per migliaia di passeri, piccioni, colombe, pipi­strelli, rondini, gazze, fringuelli. È ricomparsa perfino la cinciallegra. Per il mio diletto. Una mattina di qualche anno fa, interruppi il lavoro perché attratto dal canto melodioso di una coppia di cinciallegre che amoreggiavano sui rami del nespolo.
Che spettacolo! E quanta invidia!
Il progresso economico, il benessere piuttosto diffuso, hanno favorito l’innalzamento dell’età media, le aspettative di vita degli umani.
Anche gli uccelli ne avranno usufruito. In genere, vivono più a lungo, muoiono di vecchiaia, (nel “proprio nido” si potrebbe dire), poiché di­spongono di più cibo e sono meno esposti alle truci pratiche venatorie.
Il pericolo più grave, esiziale per i volatili sono gli effetti nocivi dell’inquinamento, dei pesticidi. 
A differenza dell’uomo, costretto a vivere con i piedi per terra, loro possono volare e così attu­tire il danno derivato dai focolai d’infezione.
Nel mio quartiere, dove c’è ancora un po’ di verde, gli uccelli la fanno da padroni. È vero: creano qualche inconveniente pratico.
Tuttavia, la loro presenza ci diletta e ci conforta. È una buona notizia: vuol dire che l’inquinamento non ha raggiunto livelli insopportabili per la vita degli uccelli. E per la nostra.
Fra gli “stanziali”, la famiglia prevalente è quella dei passeracei che nidificano sugli alberi, sotto i “canala” (tegole) delle vecchie case, e si riproducono in numero davvero impressionante.
Importante è anche la presenza degli “stagionali”. Fra questi le rondini che, a volte, attendiamo con ansia nei primi giorni della primavera.
E se tardano, le coscienze più sensibili se ne preoccupano. Per fortuna, sono sempre arrivate.
Finché arriveranno le rondini c’è speranza, poiché la loro presenza de­nota una condizione ambientale accettabile, vivibile.
 
5...              Vi sono poi altri gruppi di volatili benvoluti o invisi, secondo il punto di vista. In primis le gazze (“carcarazzi”) che con la loro livrea nera e bianca svettano per eleganza e intelligenza sopra altri gruppi consimili quali merli, corvi e “ciaule”.



Foto da Google


Queste ultime (ciaule) costituivano una colonia numerosa e rumorosa, insediata sulle pareti e negli anfratti della rocca del Duca.
Ogni sera, le vedevamo apparire in stormo sul villaggio. All’ora del vespro, quando le tenebre iniziano ad accecare il giorno. Come una nube scura, s’interponevano fra il sole morente e il paese assorto negli odori fumanti del pranzo serale.
Messaggere delle ombre, volavano a bassa quota e, con voce contratta, gracchiavano la loro solita canzone.
Ho chiesto in giro notizie circa la provenienza di questi bei volatili. Un uomo molto vecchio mi rispose che prima, quando lui era bambino, le ciaule: “Nun si canuscivanu. Li purtà u Duca doppu la guerra ranni. Da tannu sunnu cu nantri.”
Il Colonna non le avrà importate da luoghi lontani. L’uccello doveva essere presente nei dintorni, visto che Luigi Pirandello appioppò il nome di “ciaula” al protagonista di una sua famosissima novella (“Ciaula scopre la luna”).
Oggi, le “ciaule” sono sparite dalla rocca del castello dopo che lo Stato ha voluto spendere 700 mila euro per imbrigliare con reti metalliche la Rocca e… i loro nidi.



 
6...              Nel cielo lindo volano anche pettirossi e qualche fringuello che nidificano nel folto fogliame. Ultimamente, nella nostra piccola oasi é riapparsa una coppia di “cucucciute”. Uccelli rari, dal piglio elegante, simili all'upupa, sagace messaggera di Bilqis, la magnifica regina di Saba, che - secondo il Corano- l' inviò in ricognizione nel regno di Salomone. Non si vedevano da anni, le "cucucciute". Erano come sparite dalle nostre campagne. Temevo che si fossero estinte. Invece, sono qui, timide, impacciate come ospiti inattesi, a me molto graditi.
Fra le due rocche volteggiano la ticcia, il “gufo” (cuccu) ossia il barba­gianni, un abile predatore, che insieme al pipistrello (surcivirdi) domi­nano la notte.
Volteggiano, corrono per individuare la preda a quell’ora in sonno.
Poi calano in picchiata e colpiscono a colpo sicuro. Presto spariscono con uno sfortunato passero in bocca o fra gli artigli. Una, due volte, fino a quando non si saziano.
Una presenza caratterizzante, tanto da spingere i nostri vicini raffada­lesi a rifilarci il “cuccu” come stemma distintivo del paese.
Ci chiamano “cucchi”, “paese di cucchi” così per celia, per sfottò. Forse, sottovalutando la tenebrosa potenza che i superstiziosi e certi politici della “nuova era” attribuiscono ai gufi.
Scherzi, piccole scaramucce da campanile. Per parte nostra, abbiamo ricambiato la cortesia chiamando Raffadali “paese du maccu” che non è un’ingiuria, ma solo una gustosissima crema di fave.
Ogni tanto, nelle campagne di Realturco, di Montefamoso si rivede, volteggiare nell’alto del cielo, il falco pellegrino, predatore audace, preciso e spietato, che attacca tutto ciò che si muove sul terreno o fra l’erba: serpenti, galline, conigli, lucertole, ramarri, talvolta anche agnellini, ecc.
A volte, vediamo apparire piccoli stormi di gabbiani stralunati.
Non si capisce cosa spinge questi uccelli di mare, che si cibano di pe­sci, a sorvolare queste lande d’arida argilla. Si saranno smarriti o va­gano sospinti dalla fame? Come se in questo nostro Mediterraneo, sempre più inquinato e affollato di genti affamate, fosse scoppiata una terribile crisi alimentare.
 
7...              Un discorso a parte meriterebbero i piccioni, le colombe. Sono troppi. Si sono impadroniti dei solai, dei sottotetti, di ogni anfratto utile a nidificare. Da quando non c’è più Litteriu che ne riempiva sacchi e carteddri per farne cibo (congelato) prezioso per l’inverno, le colombe si sono moltiplicate a dismisura. Volano a grandi stormi e vanno a posarsi sui campi seminati. Scavano, beccano con una voracità impres­sionante, sistematica, precisa e ripuliscono i terreni senza lasciare un seme.
Una vera piaga per la nostra povera agricoltura. Guai seri per il conta­dino che vede compromesso il raccolto.
E così la colomba da messaggera di pace universale é divenuta prota­gonista di una guerra spietata fra lei e il contadino. Gioie e dolori.
In certi periodo dell’anno, passano i “grò” (le gru) in formazione trian­golare. Vengono dall’Africa, da un continente da cui tutti fuggono. Il loro viaggio sembra essere di sola andata. In autunno, solo piccoli stormi si vedono passare in senso inverso.
Forse, per capire dove sta andando l’umanità dovremo tornare a inter­pretare il volo degli uccelli e confrontarlo con le rotte dei migranti…
Di nuovo oracoli e indovini per le vie del mondo… seguendo le rotte degli uccelli.
Eppure vi sono alcuni che li vorrebbero sterminare. Forse, per invidia del loro privilegio, per l’impossibilità d’imitarli.
Non riesco a immaginare il mio giardino senza la cinciallegra, il pispi­sino, le rondini che squittiscono sui fili del telefono.
Senza più “Vicè”, il capo stormo delle gazze, con il quale pratica­mente parliamo ogni mattina.
Senza la folla di passeri annidati nel fogliame dei rampicanti che av­volgono la casa avita e la grande “Madre roccia”. Non capisco perché tanta gente cerchi altrove il paradiso quando già ci vive!
 
 
(*) tratto dal libro “ I fiori del tempo ritrovato”
 https://www.amazon.it/I-fiori-del-tempo-ritrovato/dp/8892325892

(**) Ioppolo Giancaxio



[1] Aristofane “Uccelli” Newton & Compton Editori, 2003.