"IL PRIMO DEI NON ELETTI", di Agostino Spataro

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(Dopo gli eletti restano in attesa, speranzosi o rancorosi, i primi dei non eletti! Una libera interpretazione di fatti realmente accaduti.)

 

Il primo dei non eletti

 

1…  Tempo di elezioni, di vittorie e di sconfitte, anche personali, tuttavia con meno strascichi, ansie che, vigendo il vecchio sistema pro­porzionale, coinvolgevano gli eletti e i non eletti: i primi perché teme­vano una morte subitanea e i secondi perché, intimamente, si augura­vano ciò che i primi temevano.

Oggi, con i collegi uninominali, questo problema non sussiste: in caso di vacanza del collegio non è previsto il subentro ma é indetta una nuova elezione.

Onestamente, bisogna dire che molti dei “non-eletti” presto si rasse­gnavano e rientravano nell’anonimato. Solo taluni, nei casi più contro­versi, ricorrevano all’Ufficio centrale elettorale o addirittura alle vie legali per ottenere una sentenza riparatrice che non giungeva mai o solo qualche mese prima della scadenza del mandato.

C’era, invece, chi preferiva aspettare…

Attendere gli eventi, talvolta imprevedibili e funesti, confidando nella giustizia divina visto che in quella terrena non c’era molto da spe­rare.

Con quali esiti? Questa storiella, realmente accaduta non tanto tempo fa, è rivelatrice del clima di apprensione, se non di vero e proprio ter­rore, che regnava fra gli eletti nella lista della Democrazia Cristiana per la circoscrizione della Sicilia occidentale.

 

2…  “Murì, murì! Improvvisamente, stamattina”

“Cu è, cu è ca murì?”

“Giuvanni, Giovanni Fatta”

“Mischinu! E chi ci vinni? Comu fu?”

Quella mattina, c’era molta agitazione davanti alla buvette di Monte­citorio, dove un gruppetto di deputati siciliani stavano commentando, concitati, l’inattesa dipartita dell’on. Giovanni Fatta, deputato democri­stiano di Trapani. Uomo politicamente schivo, quasi muto in Parla­mento. Nessuno sapeva da chi e per quali meriti politici fosse sempre eletto in quella circoscrizione. S’intuiva, si sospettava, ma non si po­teva dire…

Intanto, Giovannino, mutu mutu, si era fatto tre legislature.

La notizia l’aveva portata l’on. Ginesio, democristiano, eletto nella stessa circoscrizione del deputato defunto.

Sopraggiunse un nugolo di giornalisti armati di registratori che fecero cessare, di colpo, quel ronzio di anime in pena. Gli onorevoli si chiu­sero in un terreo silenzio, visibilmente tesi.

Come presto vedremo, ne avevano ben donde.

Soltanto l’on. Ginesio non si dava pace, continuava ad agitarsi.

L’udii sbottare: “Qui c’è la mano di quello …Colpisce ancora stu disgraziatu. A tradimentu.”

Morte, tradimento? Si pensò a una terribile congiura. L’uditorio rag­gelò.

“Quello chi, chi? Il cancro…?” - chiese qualcuno.

“No. Quell’essere spregevole è peggio del cancro”

Peggio del cancro? E chi mai poteva essere quell’individuo dotato di poteri più micidiali della malattia del secolo? Se non…

Tutti capirono a chi stesse alludendo Ginesio, chi fosse il maligno. Tuttavia, nessuno osò pronunciarne il nome. Non per omertà, come vorrebbe una certa vulgata applicata alla morale dei siciliani, ma per la fottuta paura d’incappare nel raggio dell’azione malefica dell’Innomi­nato.

Confesso che a me, eletto in altra lista e pertanto fuori della portata del raggio d’azione del maligno, quelle bocche serrate, quei visi stravolti procurarono un intimo diletto. Erano soltanto vittime di una forma acuta di scaramanzia.

Perciò, stuzzicai Ginesio a rivelare l’abietto nome: “Ma quello chi?”

“Chi! Chi! E non si capisce chi può essere. Sulu iddru nn’è capaci… quel iettatore di Binidittu.”

Sbottò Ginesio con due occhi di fuoco straripanti dalle orbite.

 

3…  Benedetto Casello, era questo il nome del seminatore di morte e di sciagure. Per tre volte primo dei non eletti, era subentrato alla Ca­mera a seguito del decesso di un deputato in carica.

Sulla sua strada erano caduti due notabili di rango ministeriale, mentre nella precedente legislatura se n’era andato, a meno di due mesi dall’insediamento, l’on. Colavolpe, in odor di mafia e ras della Dc nissena.

Ricordo il suo rientro. Ai primi di settembre, Benedetto lasciò la fossa dei non-eletti, comprò un abito nuovo e si presentò a Montecitorio col suo portamento falsa­mente dimesso e il sorriso malfermo stampato sul volto abbronzato, da sanguigno prevosto di campagna.

Richiesto di un commento diede una risposta raggelante: “U Signori u vonsi e su chiamà…A me ha concesso il tempo di godermi, in santa pace, le vacanze estive.”

Nella casella trovò un telegramma a firma dell’on. Della Loggia, de­cano dei parlamentari dc siciliani, che ringraziava il neo-arrivato per “la scelta oculata”.

Nonostante le tre legislature, la posizione politica di Benedetto restava sempre precaria e incerta la sua futura elezione. Nella campagna eletto­rale nessuno dei suoi colleghi di lista (sbagliando) desiderava appaiarsi con lui. Correva da solo, con l’appoggio di alcuni settori di un sinda­cato cattolico.

Qualsiasi combinazione gli era preclusa: non entrava in alcuna qua­terna, terna e, meno ancora, in ambi. Non stiamo parlando del gioco del lotto, ma di metodi efficacissimi per la ricerca delle preferenze. Solo e segnato col marchio di iettatore, non venne mai eletto in prima battuta.

L’ultima volta la sua stella si era ancor più oscurata; era precipitato al quarto posto della graduatoria dei non eletti. Per rientrare occorrevano ben quattro decessi. Una vera ecatombe!

Con tale pedigrée, era inevitabile che il suon nome divenisse sinonimo di seminatore di morte e di sciagure. Come uno spirito funesto che si placava soltanto dopo la riconquista di uno scanno a Montecitorio.

Effettivamente, nelle legislature considerate, dopo il suo rientro non era morto nessuno degli eletti della circoscrizione.

 

4…  “Dietro ogni disgrazia c’è lui, ne sono sicuro.”, riprese Ginesio che pareva essersi affrancato dal terrore.

“Per l’amor di Dio, lasciatelo in pace, non lo nominate”, suggerì l’on. Giacomino Arnone, andreottiano, il quale, essendo comprovinciale di Benedetto, più di altri temeva per se stesso.

Ginesio non lo stette a sentire. Era già passato sotto gli influssi male­fici di Benedetto che una brutta “botta” gliela aveva già inviato. Se l’era cavata per miracolo della Madonna delle Catene, protettrice di Porto Empedocle, suo paese natale, della quale era fervente devoto.

“Se sono ancora vivo lo debbo a questa santa Vergine che porto sem­pre con me.” Estrasse dal taschino la piccola immagine e la baciò.

Che cosa era successo?

Mesi prima, durante un dibattito in Aula, Ginesio stramazzò a terra colpito da un infarto violento, improvviso del quale non aveva mai av­vertito alcun segnale premonitore.

L’on. Lello Ruino, il quale essendo medico fu il primo a soccorrerlo nell’Aula, ci raccontò che mentre gli infermieri lo trasportavano in ba­rella, Ginesio, ancora in stato d’incoscienza, ebbe la forza di escla­mare: “Quel disonorato di Binidittu fu. L’ho visto stamattina e mi ha fatto un sorrisetto perfido…”

A dispetto della triste nomea, Benedetto sembrava, almeno così si at­teggiava, una persona mite, pia, scherzosa, paziente e talvolta perfino banale.

Parlava sempre di amicizia e di pace, di Dio e della famiglia che erano i capisaldi della sua concezione morale e politica.

A volte incrociava le braccia al petto, chiudeva le mani in segno di preghiera, come un monsignore durante l’omelia.

 

5…  Di bassa statura, il suo aspetto attempato non incuteva paura, anzi rassicurava, ispirava fiducia. Non c’è che dire: un simulatore per­fetto.

Tuttavia, quelle morti pesavano e contribuivano a consolidare la sua fama di iettatore cinico, vendicativo, inesorabile. Tanto più che dalla sua aveva anche la fortuna.

Era uno dei pochissimi deputati che viaggiava in treno. Non si capì mai se per prudenza o per spilorceria. Anni prima, il treno sul quale viag­giava alla volta di Roma, giunto nelle Calabrie deragliò. La gran parte dei vagoni finì in un burrone, provocando alcuni morti e tanti feriti. Soltanto gli ultimi tre vagoni non precipitarono. Benedetto si trovava su quello rimasto in bilico, sull’orlo del burrone.

L’episodio fu rubricato come ulteriore prova della sua buona stella.

Quando, raramente, prenotava un posto in aereo, i suoi colleghi face­vano carte false pur di viaggiare sullo stesso volo.

Con lui a bordo non c’era migliore assicurazione.

Ricordo che una sera, non potendo prendere un aereo di linea a causa di uno sciopero dei controllori di volo, il governo apprestò alcuni aerei militari per consentire il rientro a casa dei parlamentari.

Le condizioni meteo erano piuttosto cattive. Molti erano incerti se par­tire o restare a Roma in attesa che terminasse l’agitazione sindacale.

“E poi - disse qualcuno - con questi aerei militari che cadono…”

Meglio aspettare, restare a Roma.

Benedetto, che non aveva di questi timori, fu uno dei primi a iscriversi nella lista di prenotazione. La notizia si sparse in un baleno. Come d’incanto, tutti vinsero la paura e andarono a iscriversi sul foglio dove si era prenotato Casello, per il volo che avrebbe trasportato i parla­mentari della Calabria e della Sicilia.

Effettivamente, il volo fu tormentato dal vento e dalla pioggia. Fulmini contorti illuminavano la notte, ma i viaggiatori apparivano tranquilli. Benedetto si stava facendo un tresette con i colleghi.

Mentre all’esterno imperversava la tempesta, all'interno del DC 9 militare c’era aria di festa.

Evidentemente, si riteneva di essere al riparo da ogni pericolo grazie alla quieta potenza di Benedetto che giocava a carte. Si scherzava, si rideva. Sembravamo un'allegra comitiva che partiva per una gita, per una spensierata vacanza.


6…  Il suo cruccio era di non riuscire eletto in prima battuta. Non essendo un notabile di rilievo, preferiva coltivare il suo elettorato in provincia di Caltanissetta con il soccorso di santa Madre chiesa e sfruttando i canali di un patronato sindacale di cui era dirigente.

Nelle campagne elettorali correva da solo. Gli altri candidati papabili si rifiutavano di averlo insieme nelle combinazioni delle preferenze.

L’on. Casello confidava soltanto sulle proprie forze, ma non riusciva a spuntarla contro le poderose (e ricche) macchine elettorali dei notabili concorrenti, dietro ai quali vi erano grandi correnti di “pensiero” ossia pacchetti rigonfi di preferenze raccattate per mezzo di “amicizie” più che chiacchierate e di stuoli di dirigenti di enti e uffici governativi.

Delle vere e proprie potenze elettorali con le quali egli non poteva competere. Usciva dal confronto sempre schiacciato, umiliato. Al mas­simo, riusciva a piazzarsi come primo dei non-eletti della lista. E da questa posizione iniziava la sua tenace, sorda battaglia per riemergere dal fango e conquistarsi un posto dignitoso a Montecitorio.

“Pazienza. Dove l’uomo non arriva, Dio provvede!”, questo soleva ri­petere ai suoi interlocutori che lo andavano a consolare dopo il risul­tato elettorale.

Con l’aiuto di Dio, Benedetto fece fuori nell’ordine: l’on. Festivo, po­tente ministro e capo corrente siciliano; l’on. Cattarella, altro grosso esponente del sistema di potere isolano e l’on. Colavolpe padrone e despota della Dc nissena.

Tre pezzi da novanta, morti improvvisamente. Il terzo, addirittura, un mese dopo la rielezione.

 

7…  Un giorno, in una saletta attigua al corridoio dei “passi per­duti”, mi appartai con Giacomino, deputato della corrente di Salvo Lina e unico rappresentante in parlamento della Dc nissena.

Egli sapeva, e vedeva, che ero uno dei pochi che parlavano con Bene­detto e pertanto voleva capire cosa frullasse nella sua mente traviata.

Era letteralmente terrorizzato. Temeva che “iddru” potesse essersi convinto che lui (Giacomino) gli avesse soffiato il posto di deputato della provincia. Il nome non lo pronunciò mai. Benedetto era “iddru” e tanto basta.

Voleva sapere da me se, per caso, “iddru” mi avesse confidato un pen­siero, un sospetto, un’inezia qualsiasi che lo riguardassero. Il poveretto desiderava accertarsi se quel iettatore, in qualche modo, ce l’avesse con lui.

Per tranquillizzarlo, ma non del tutto, gli raccontai di una lunga chiac­chierata che ebbi con Casello all’inizio della legislatura.

Lo incontrai nella sala stampa e gli dissi: “Binidì, temo che stavolta sarà difficile rivederti in Aula.”

Senza scomporsi e con dire serafico, come se volesse misurare le pa­role a una a una, così parlò:

“Vedi mio caro (il “mio caro” non mancava mai nel suo approccio), effettivamente non è facile, davanti ne ho quattro. Non era mai suc­cesso! Tuttavia, non dispero. Con la grazia di Dio, nostro signore On­nipotente, (volse gli occhi al tetto) e se la legislatura dura cinque anni come previsto, potrei anche farcela… Perché come recita il santo Van­gelo: Benedetto è colui che viene nel nome del Signore.”

“Minchia! Così ti disse?” - m’interruppe, sconvolto, Giacomino.

“Benedetto è colui che viene nel nome del Signore…” ripeté.

“Nel nome del Signore…”

Ebbe uno scatto d’ira: “Ma che minchia viene a fare qui ogni quindici giorni stu disgraziatu! Ci vuole spaventare, terrorizzare, farci morire prima del tempo. Ma perché non si resta a casa a godersi la pensione? Assassino…”

“Lui sostiene - ripresi io - che viene a vedere come stanno gli amici in salute…”

Un altro colpo di minchia di Giacomino rimbombò nella saletta. Si portò entrambi le mani ai genitali. Li afferrò stretti e non li volle mol­lare per più attimi. Li strinse a lungo. Per il tempo da lui ritenuto con­gruo per neutralizzare la micidiale scarica di fluido letale che il suo av­versario avrebbe potuto inviargli.

 

8…  D’altronde, il terrore, gli espedienti scaramantici erano comprensibili, giustificati.

Si era al quarto anno della legislatura ed erano già morti tre importanti notabili democristiani che ostacolavano la sua faticosa risalita: Vito Zicari, primo dei non eletti, ucciso nella sua Castelve­trano; poi era deceduto Giovanni Toia (altro pezzo da novanta) e ora Giovanni Fatta. Bastava un altro decesso e Benedetto sarebbe rientrato. Le condizioni di salute di alcuni superstiti dell’ecatombe lasciavano intravedere qualche spe­ranza. Anche a breve.

Tentai di volgere il discorso in tono scherzoso, ma non ci fu nulla da fare. Arnone aveva perso le staffe e si lasciò andare a una sfuriata nei confronti dell’ignaro Benedetto il quale, a suo dire, era “un cornuto, un uomo inutile che campa sulle sventure degli altri ca lu pani si l’hannu affannatu.”

Per tranquillizzare un poco Giacomino, gli riferii una frottola passabile ossia che Benedetto aveva messo gli occhi sopra due colleghi alquanto malfermi in salute o avanti negli anni: l’on. Ginesio gravemente infar­tuato e l’on. Della Loggia ottantatreenne.

La notizia un po’ lo rasserenò e lo fece riflettere sulla gravità delle ac­cuse prima lanciate. Forse, temendo che io potessi informarne Casello cambiò di tono. Fra il serio e il faceto, così mi disse: “Agustì, tu che sei amico di entrambi e, soprattutto, sei di un altro partito, diglielo a questo santo uomo che non ho nulla contro di lui, anzi che gli voglio bene come a un vero amico. Digli che sono rimasto tanto dispiaciuto per la sua mancata elezione. E non pensi che il posto glielo abbia sof­fiato io! La gran parte delle mie preferenze le ho raccolto a Girgenti e a Palermo grazie agli amici e a Salvo che per me si è svenato. A Calta­nissetta manco diecimila voti ho preso.

Ti prego, spiegagliele tu queste cose, perché se gliele dico io non sarò creduto. Può darsi che a te creda visto che sei fuori di questa terribile contesa.”

Lo assicurai che avrei riferito alla prima occasione utile.

 

9…  Puntuale, come la morte che portava in serbo, due settimane dopo, Benedetto si presentò a Montecitorio. Prendemmo un caffè alla buvette, sotto gli occhi di tanti colleghi, preoccupati e/o divertiti, e gli riferii le parole di stima e di amicizia profferite da Giacomino.

“Ora ci pensa il signorino! Quannu lu dannu è fattu. Troppo tardi. Mi hanno voluto umiliare. Sono stato il quarto dei non-eletti. Capisci? Il quarto! Una cosa inaudita, mortificante per un deputato uscente. No, no troppo comodo. Ormai, il “meccanismo” è in moto e nessuno può fermarlo. Nessuno. Nemmeno io. Unni arriva arriva.”

Gli chiesi cosa pensasse dell’improvvisa scomparsa dell’on. Fatta.

“Eh, caro mio cosa possiamo fare noi. U Signuri u vonsi e su chiamà. Questa è la prova che Dio esiste, vede, giudica e agisce. Glielo ripeto ai miei colleghi di par­tito. Ma loro non sono cristiani, sono miscredenti.”

Tenni per me la crudele risposta di Benedetto. Non informai Giaco­mino che sicuramente sarebbe precipitato nel più grave sconforto.

“Ah! Se avessimo dato ascolto a Semilia! A quest’ora non saremmo in queste ambasce”, ripeteva Arnone, di tanto in tanto.

L’on. Semilia, detto Lillo, deputato della medesima circoscrizione, a inizio della campagna elettorale, aveva proposto un “consorzio” fra deputati uscenti per impegnare duemila preferenze a testa da riversare a favore di Casello, per farlo risultare eletto in prima battuta.

In sostanza, con tale espediente, Semilia voleva prevenire la nefasta azione di chi per tre volte era risultato primo dei non eletti, con le ben note conseguenze sull’intera rappresentanza parlamentare della Sicilia occidentale.

Stranamente, alcuna morte si registrò fra gli eletti della Sicilia orien­tale. A Oriente, avevano tutti una salute di ferro oppure - come molti malignavano- non avevano un Benedetto alle calcagna.

La saggia proposta cadde nel vuoto. Nessuno si dichiarò contrario e nemmeno favorevole. Fu semplicemente ignorata. E ora Bene­detto, dal fondo della classifica, stava facendo una strage per recupe­rare la sua poltrona a Montecitorio.

Per la storia. La legislatura durò quattro anni, a causa dello sciogli­mento anticipato del parlamento.

Casello, quarto dei primi dei non-eletti, non ce la fece a rientrare per un pelo. Di conseguenza, non fu ricandidato nelle successive elezioni anticipate.

Nel mese di ottobre di quell’anno (1983), ossia quattro mesi dopo le nuove elezioni “politiche”, morì inaspettatamente l’on. Luigi Figlia, deputato dc da cinque legislature.

Non si seppe la causa specifica della sua morte inattesa. Pensammo a quella dura dieta che stava facendo, in una clinica svizzera, a base di te e di mele verdi. Una volta glielo dissi: “E per fare questa dieta che bi­sogno c’è di andare in Svizzera?”.

L’on. Figlia si mostrò soddisfatto dei risultati e continuò.

Le solite malelingue sentenziarono che quella morte era dovuta all’effetto programmato, sulla lunghezza dei cinque anni, del meccanismo stritolatore attivato da Benedetto che nemmeno lo scioglimento anticipato delle Camere era riuscito a interrompere, a fermare.

Insomma, se la legislatura fosse durata cinque anni, l’on. Casello sarebbe rientrato in Parlamento.


(Pubblicato, in formato ridotto e con altro titolo, in “La Repubblica” del 24/5/2001)

 

P.S.

L’ultima sfida “mortale” è il caso di dire fra Benedetto e Giacomino si consumò sul finire delle loro esistenze, a Caltanissetta. Entrambi desideravano “accompagnare” il rivale all’ultima dimora. Vinse la sfida Giacomino, per tre mesi.

 

(*) in: https://it.eurobuch.ch/libro/isbn/9788892326071.html