PRIMO PIANO/ ““Sì TAV” in Sicilia?

Il petrolchimico di Gela

Di Agostino Spataro

In treno da Agrigento a Siracusa (307 Km) in poco più di... nove ore! Esattamente come 25 secoli fa. Se si dice che il tempo s’è fermato...

Vi segnalo questo mio articolo che ho trovato sul sito de "La voce di New York" e pubblicato su "la Repubblica", relativo all'anacronistico sistema ferroviario siciliano, in particolare della tratta Agrigento- Siracusa, e al "salto" che si vorrebbe fare con la costruzione del Ponte sullo Stretto. Appositamente, ho fatto questa tratta (307 km) in 9 ore e 15 minuti. Più del tempo impegato, 2300 anni fa, dai cavalieri siracusani che in una nottata coprirono (a cavallo) la distanza fra le due città. Lunga ma bellissima la traversata; un'esperienza interessante anche come itinerario letterario. Cordialmente. Agostino Spataro 
http://www.lavocedinewyork.com/news/primo-piano/2012/03/11/primo-piano-si-tav-in-sicilia/

Confesso che noi siciliani, e meridionali in genere, stiamo vivendo le polemiche e gli scontri sulla Tav in Val di Susa con una certa apprensione, ma anche, se permettete, con una punta di sconcerto e di amarezza. Molti, addirittura, non capiscono le ragioni degli uni e degli altri. In realtà, vorremmo che un po’ di questa contestata Tav si realizzasse in Sicilia, dove abbiamo tratte ferroviarie davvero anacronistiche, talune in disarmo. Per decenni, è stato agitato il feticcio del ponte sullo Stretto e si sono trascurate le linee ferroviarie interne e quelle di collegamento nazionale e internazionale. Tanto ci sono i Tir che, al primo stormir di foglia, bloccano tutto e minacciano il “neoseparatismo”, col compiacente avallo di politici e autorità “autonomiste”.

Dimenticando che, specie in un paese bislungo qual è l’Italia, un moderno e diffuso sistema ferroviario, oltre a garantire benefici effetti sui piani economico, ambientale e civile, allontana tentazioni ricattatorie o addirittura golpiste. Ma non desidero addentrarmi in questi oscuri meandri né fare vittimismo di maniera, ma solo constatare, amaramente, il crescente divario tecnologico e infrastrutturale fra il Centro-Nord e il Sud continentale e insulare (Sicilia e Sardegna) di questo strano Paese, dove c’è chi la rifiuta e chi se la può soltanto sognare, la Tav. Come, appunto, in Sicilia dove dobbiamo accontentarci di tratte ferroviarie a dir poco disastrate, antiquate come l’Agrigento- Siracusa (descritta nel seguente articolo) ossia 307 km che richiedono nove ore e quindici minuti, mentre con la Tav la Torino-Lione (circa 260 km) si farebbe in un’ora e quarantacinque minuti. Nell’articolo (pubblicato in “La Repubblica” del 2004) ho fatto notare anche che 2500 anni addietro si poteva coprire( a cavallo) in minor tempo la distanza fra le due più importanti città greche della Sicilia.

Quando si dice il progresso! Ma ecco il testo ripreso dall’archivio “La Repubblica”. E’ un po’ lungo, però… (6 luglio 2004).

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Quanto tempo occorre oggi per percorrere in treno i trecento chilometri che separano Agrigento da Siracusa? Più o meno quanto ne occorreva 2.500 anni fa, solo che allora al posto dei vagoni c’erano i cavalli. Una recente indagine del Codacons sui tempi di percorrenza dei vari mezzi di trasporto in Sicilia denuncia le «quasi sei ore» impiegate per coprire la tratta ferroviaria Palermo – Siracusa (244 km) come il più clamoroso esempio di lentezza. Ma forse non sono state considerate altre tratte con tempi di percorrenza ancora più lunghi, come la Ragusa-Messina (153 km, 6 ore e 27 minuti) e la Trapani-Messina (7 ore e 35 minuti). E, addirittura, per fare i 307 km della Agrigento-Siracusa (via Gela) ci si mette 9 ore e 15 minuti. A ben pensarci, più dei cavalieri siracusani che appunto, secondo il racconto di Plutarco, coprirono la distanza in una sola nottata.

Un episodio questo verificatosi 2.362 anni fa, precisamente nel 358 avanti Cristo, riporta Michele Lanza Caruso, quando Farace «accampato nelle vicinanze della neapoli agrigentina intese che Eraclide, il noto traditore, si dirigeva verso Siracusa con la flotta per occuparla e allora marciò tutta la notte alla volta di Siracusa, percorrendo 700 stadi, e poté prevenire Eraclide».

Dopo quasi 25 secoli sono rimasti sostanzialmente invariati i tempi per il collegamento fra queste due città, ieri le più potenti e opulente della Magna Grecia, oggi i due più rinomati siti archeologici della Sicilia. Incredibile? Provare per credere. Seppure vivamente sconsigliato da parenti e amici, mi sono sottoposto, di buon grado, a questa prova. E così il 28 di maggio del 2004 dopo Cristo alla stazione centrale di Agrigento salgo sul treno delle 8,15 per ripercorrere l’itinerario dei cavalieri ellenici, in parte coincidente con quello attuale di TreniItalia.

Non capita tutti i giorni che un agrigentino prenda il treno per Siracusa. Anche l’impiegata della biglietteria si mostra leggermente sbigottita nel consegnarmi il biglietto e la nota del tragitto: 307 km e due cambi di vettura; il tutto in 9 ore e 15 minuti al prezzo di 13,40 euro. L’evento è così raro che il malcapitato potrebbe essere scambiato per uno stravagante passeggero che viaggia, a ritroso, alla scoperta del mistero dell’invenzione del tempo. Tuttavia, può accadere che un turista ignaro decida di spostarsi in treno fra le due città.

In questo caso, le reazioni possono essere di segno contrapposto: se è il solito turista frettoloso avrà della Sicilia un’impressione sconsolante; se è una persona colta e paziente apprezzerà il viaggio come un’occasione irripetibile per osservare una sequela di luoghi mitici e di paesaggi cangianti che riflettono la storia e la natura mutevole dei siciliani. Volendo, è anche un indimenticabile viaggio letterario. Lungo l’itinerario, infatti, s’incontrano luoghi che evocano autori di prima grandezza. Nomi che illuminano il firmamento della letteratura italiana e mondiale: dai premi Nobel Luigi Pirandello, agrigentino, e Salvatore Quasimodo, modicano, a Elio Vittorini, siracusano, a Leonardo Sciascia, racalmutese, a Vitaliano Brancati, pachinese, a Gesualdo Bufalino, comisano.

Il trenino attraversa questa metà della Trinacria contraddittoria e poco conosciuta: dagli aridi altipiani dello zolfo e del sale del bacino Aragona-Racalmuto ai vigneti «plastificati» del comprensorio di Canicattì, dal colossale petrolchimico di Gela (in gran parte ferraglia arrugginita) alle verdi piane delle serre di Licata e di Vittoria, dalle stupende città del barocco ibleo agli agrumeti del siracusano. La vettura scalpiccia su per l’erta di Comitini-zolfare sovrastante un paesaggio primordiale, profondo, da cui emergono paesi- fortezza e cime di montagne irregolari. Ai fianchi si aprono le «bocche dell’inferno» ossia gli ingressi delle miniere di zolfo, ormai inattive, dove si calavano uomini e carusi sventurati per cavarne milioni di tonnellate di preziosa pietra gialla che contribuiva a formare empie ricchezze e scandalose ingiustizie. A Grotte scendono tre ragazzi di una polisportiva e salgono una donna emigrata che ritorna in Continente e altri ferrovieri. Che strano. Sembra un treno che trasporta problemi sociali e ferrovieri in servizio. Un mare di veli di plastica annuncia Canicattì, la cittadina dell’uva Italia, opulenta e moralmente bifronte. Qui sono caduti due suoi figli magistrati integerrimi (Rosario Livatino e Antonino Saitta) sotto i colpi di una mafia saldamente inserita nell’economia e nella politica, come rivelano gli arresti eccellenti effettuati in seguito dell’inchiesta "Alta mafia". Nell’attesa (circa tre ore) del treno proveniente da Caltanissetta, faccio un giro. A parte poche storiche emergenze, il nuovo tessuto urbano riflette la condizione economica di questa città che ha fatto registrare uno sviluppo volumetrico, una crescita senza qualità. Da Canicattì in poi la linea non è elettrificata e viene usata una vettura diesel.

Salgono altri passeggeri: uno serioso che legge il giornale e due compari di mezza età che si lamentano, ad alta voce, degli aumenti dei prezzi della carne e della spesa in genere. Di altri consumi non parlano, come se non ne sentissero l’esigenza. Poi, uno confessa: «Compà, credetemi, ho dovuto ridurre le visite alla signora Lina. Prima ci andavo due-tre volte al mese, oggi solo una. Anche sta xxx ha rincarato la prestazione da 25 a 35 euro». Gente semplice e problemi quotidiani che il treno trasporta, fra alti calanchi d’argilla e stazioni dismesse, verso Licata, fra le serre, dove si stende una piana di plastica, agitato dal vento, che tanto assomiglia al mare increspato dei film di Fellini. L’ intera fascia litoranea che da Palma giunge fino a Comiso sembra essere immersa nella «civiltà» della plastica cui fa contrasto il colore turchese del mare africano. Eppure le serre rappresentano la prima risorsa di vita e di lavoro. Il resto langue o si assottiglia, anno dopo anno, come le strutture del petrolchimico di Gela. Fra le serre e le città c’è una evidente asimmetria fra l’ordine razionale, e funzionale, delle prime e il caos urbanistico delle seconde, in gran parte costruite abusivamente.

A Gela avviene il secondo cambio di vettura. Siamo sempre pochi. Alla fermata dell’Anic salgono due dipendenti che scenderanno alla stazione di Acate rimpiazzati da due giovani lavoratori maghrebini. Nemmeno gli immigrati usano il treno. A Vittoria scendono tutti. Resto solo, col capotreno e col controllore che si dichiara dispiaciuto di non potermi fornire qualche dato sul traffico di questa tratta, per espresso divieto di TreniItalia. Tutto è accentrato fra Roma e Palermo. Tuttavia la realtà è talmente eloquente che non occorrono statistiche per spiegarla.

Sulle colline iblee il treno viaggia, praticamente, solo per me. Un gran privilegio, insomma, specie se si attraversa un paesaggio incantevole punteggiato di ombrosi carrubi che servono da ricovero agli armenti. Ma la vera meraviglia dell’ingegno contadino e operaio sono l’intrigo di muretti a secco che s’inseguono fino alla periferia industriale di Ragusa. Sono le 15,35 e abbiamo fatto poco più di 200 chilometri. Il treno ridiscende, costeggiando profondi burroni che si aprono sulla valle dell’Irminio, un paradiso popolato di querce e paesi barocchi.

«Questa tratta, oggi passiva – mi dice l’ingegnere Nigido di "Cittadinanza attiva" – potrebbe diventare una risorsa importante per lo sviluppo turistico del comprensorio mediante l’istituzione del "Treno barocco", facendo rientrare a Modica la nostra, vecchia locomotiva a vapore che le Ferrovie hanno trasferito nelle Marche».

Il progetto è stato presentato alle autorità, ma purtroppo con scarsa fortuna. Dopo Modica, Scicli con le sue chiese e palazzi sontuosi dove, proprio oggi, si celebra la festa della "Madonna delle Milizie" che secondo la tradizione intervenne a fianco di Ruggero d’Altavilla nella vittoriosa battaglia di Scicli del 1081 riportata contro le armate arabe.

A Siracusa la vettura arriva mezza piena e con soli 5 minuti di ritardo. Per la cronaca, sono rientrato nella stessa serata ad Agrigento in autobus (via Catania) in 4 ore e 5 minuti e con una spesa di 14,20 euro. Cosa dire a conclusione di questo faticoso viaggio?

Sono partito per denunciare l’anacronistica lentezza di un treno che attraversa zone importanti dell’economia siciliana, ma durante il viaggio sono stato conquistato dalla sua flemmatica andatura e dal fascino dei luoghi attraversati, pregustando le meraviglie promesse del treno barocco di "Cittadinanza attiva". Per velocizzare i trasporti commerciali, invece, sarebbe forse meglio costruire un nuovo e più funzionale tracciato ferroviario.

11 marzo 2012