CHI ERA GHEDDAFI?

  • : Function split() is deprecated in /var/www/vhosts/ilpuntodue.it/httpdocs/modules/filter/filter.module on line 1190.
  • : Function split() is deprecated in /var/www/vhosts/ilpuntodue.it/httpdocs/modules/filter/filter.module on line 1190.
  • : Function split() is deprecated in /var/www/vhosts/ilpuntodue.it/httpdocs/modules/filter/filter.module on line 1190.
  • : Function split() is deprecated in /var/www/vhosts/ilpuntodue.it/httpdocs/modules/filter/filter.module on line 1190.
  • : Function split() is deprecated in /var/www/vhosts/ilpuntodue.it/httpdocs/modules/filter/filter.module on line 1190.
  • : Function split() is deprecated in /var/www/vhosts/ilpuntodue.it/httpdocs/modules/filter/filter.module on line 1190.
  • : Function split() is deprecated in /var/www/vhosts/ilpuntodue.it/httpdocs/modules/filter/filter.module on line 1190.
  • : Function split() is deprecated in /var/www/vhosts/ilpuntodue.it/httpdocs/modules/filter/filter.module on line 1190.

Foto

di Agostino Spataro

In questi giorni, taluni "benpensanti" nostrani e europei cominciano a rivedere,spero in chiave autocritica, le loro ben retribuite sicumere a favore della guerra alla Libia. Si parla , infatti, dell'intervento militare e del barbaro assassinio di Muammar Gheddafi come di un errore della coalizione della NATO e si denuncia il caos sanguinario che regna nella Libia "liberata" dagli occidentali (Francia, Usa, Gran Bretagna, Spagna, Italia, ecc.)e consegnata non si sa bene a chi. La Germania della signora Merkel si rifiutò di partecipare.

Già a quel tempo l'opinione pubblica comprese che quell'intervento sarebbe stato un autogol per l'Europa e soprattutto per l'Italia che, da 40 anni, intratteneva ottime relazioni economiche e commerciali con la Libia.

Oggi, tale opinione si è fatta strada anche ai "piani alti" del potere economico che non sanno a quale "santo" votarsi per rimediare. La Libia è in fiamme e l'Italia si lecca le ferite, anche sul piano dei flussi migratori ormai incontrollati.

Chiarisco che con questo mio libro non ho voluto sostenere la dittatura di Gheddafi. Tutt'altro. Ho solo condannato e documentato il voltafaccia di vari capi di stati e leader politici e l'ingerenza armata della Nato all'interno di un Paese sovrano com'era la Libia. Ricordo che la "non-ingerenza" è un principio fondamentale della Carta dell'Onu che ha garantito la convivenza pacifica in Europa e in altre parti del mondo. Formalmente, anche lo Statuto della Nato s'impegna a rispettare questo principio...

E qui mi fermo. Il resto è nel libro. Se può interessare allego il primo capitolo "CHI ERA GHEDDAFI?", e parte del secondo, sperando di poter contribuire a un' informazione più completa e più obiettiva sull'argomento. Cordiali saluti. (a.s.)

Cap. I

CHI ERA GHEDDAFI?


Un cittadino italiano di nome Muammar

1...     Per quarantadue anni, Muammar Gheddafi ha incarnato, nel bene e nel male, il destino della Libia. Un record assoluto per du­rata. Pertanto, prima di ogni cosa appare necessario, con l’aiuto delle fonti disponibili e attendibili, tracciare un profilo della sua personalità, dei suoi comportamenti per tentare di rispondere alla domanda che molti (si) fanno: chi era effettivamente il Colonnello?

La risposta non è facile. Almeno per chi valuta con scrupolo, con prudenza.

Comincio con una notazione anagrafica, raramente evidenziata, se­condo la quale Muammar Gheddafi nacque “cittadino italiano”a tutti gli effetti di legge e perse tale cittadinanza  diciamo “per cause indipendenti dalla sua volontà”.

Ovviamente, questo dato nulla toglie e nulla aggiunge alla figura e all’opera del colonnello, anche se egli, in qualche occasione, riven­dicò, così per celia, quella cittadinanza addirittura perché voleva “porre la sua candidatura per la presidenza della Repubblica ita­liana. Promettendo che” consegnato il potere al popolo italiano, subito dopo me ne tornerò a Tripoli”. [1]

Abbiamo ricordato questo suo status anagrafico per aiutare noi, at-tuali cittadini italiani, a non dimenticare una colonizzazione dram-matica, a tratti feroce, come quella della Libia che, certo, non fa onore alle migliori tradizioni di pace e di solidarietà del popolo italiano.

 

2...     Dalle tante cose lette e sentite su Gheddafi, più che un ritratto completo, oggettivo viene fuori un profilo schematico, a senso unico; una sorta di cliché a uso di certa stampa imbonitrice.

Secondo tale cliché, Gheddafi era il “pazzo di Tripoli”, un pazzo furioso, cronico, irrecuperabile. Per lui non ci fu speranza di recu­pero, di farlo rinsavire almeno un po’.

Secondo i suoi detrattori, pazzo era e tale restò, almeno per i primi trenta due anni del suo potere.

Rinsavì, come d’incanto, durante la sua ultima decade, dopo avere ammesso (2003) la tremenda responsabilità dell’abbattimento di due aerei civili.

Tanto che per “premiarlo”, i sedicenti “grandi della Terra”(che vediamo nelle seguenti foto) lo ammisero al loro banchetto, senza provare imbarazzo nel sedersi a tavola con un terrorista dichiarato.

Nel 2009: un pugno di Amici

CLICCATE:

2009, l’Aquila (G8): Gheddafi con gli“amici”Berlusconi, Sarkozy, Med-vedev, Obama, Ban Ki Moon  (foto ripresa da “Il Post.it)

 

La foto ci mostra un Gheddafi contento fra una comitiva di capi di Stato e di governo, visibilmente soddisfatti l’uno dell’altro, sorridenti come un pugno di vecchi amici che si ritrovano, dopo tanti anni, per una rimpatriata fra…le macerie del terremoto dell’Aquila.

Il Colonnello, frastornato da cotanta, inattesa cordialità, non si sarà ricordato della saggezza del motto “dai nemici mi guardi Dio, da­gli amici mi guardo io”.

Infatti, non si guardò e, due anni dopo, (vedi foto seguente) quegli stessi amici della foto precedente si schierarono con gli “insorti” di Ben­gasi e lo “accopparono”, lo distrussero (anche fisicamente) con una ferocia degna di miglior causa.

La trappola era apparecchiata da tempo. Lo sostiene anche Abd al Bari Atwan, giornalista palestinese, che “descrive perfettamente la trappola dentro cui Gheddafi è caduto, volontariamente, per mano dei suoi nuovi amici occidentali, i quali, secondo Atwan, hanno utilizzato con il colonnello libico lo stesso scenario usato con il presidente iracheno Saddam Hussein, con alcune necessarie modi-fiche che sono il risultato delle mutate condizioni e della differente

personalità di Gheddafi”.[2]

Nel 2011: gli “Amici” diventano Nemici…

CLICCATE

2011, Parigi: gli ex amici: Berlusconi, Ban Ki Moon, Sarkozy, Came­ron, Merkel fra i nuovi nemici del Colonnello.(foto presa dal web)

 In Italia, spiace rilevarlo, l’unico leader politico a parlare chiaro è stato Beppe Grillo il quale, addirittura, ha rincarato la dose: “È morto un altro alleato dell’Occidente. Si chiamava Gheddafi. Le sue forze armate furono addestrate dall’Italia. Ha aiutato i servizi americani nella caccia ai terroristi islamici. Riforniva di petrolio l’Europa. Era un dittatore amico. Napolitano gli strinse la mano alcuni mesi fa e Berlusconi addirittura gliela baciò e con l’Italia sottoscrisse un trattato di pace. Riforniva con il suo petrolio l’Europa e con il denaro libico le banche internazionali che lo adoravano. La Libia è stata attaccata dagli aerei francesi e dai tomahawk americani, bombardata per mesi.” [3]

 

3...     Certo, non è facile inquadrare la figura del Colonnello in uno schema convenzionale, ma tale difficoltà non può essere aggirata, ricorrendo all’uso di qualche epiteto spregiativo: pazzo, inaffidabi­le, bizzarro, volitivo, multiforme, visionario, idealista, dispotico.

E chi più ne ha più ne metta. L’elenco, infatti, potrebbe allungarsi aggiungendo che era anche un narcisista che non disdegnava di es­sere adulato, in patria e all’estero. Ma chi non ha difetti…

Steve Weissman e Herbert Krosney raccontano un episodio quasi incredibile che avvenne durante il summit della Conferenza degli stati islamici, quando Alì Bhutto, popolare presidente del Pakistan, in cerca di finanziamenti libici, per ingraziarsi il Colonnello“diede il nome del leader libico a un nuovissimo stadio di calcio costruito a Lahore…Dovunque andò, Gheddafi fu l’eroe del momento. In Pakistan si diceva che era venuto il Messia. Gheddafi era il Mes­sia. Lui avrebbe salvato il Pakistan” [4]

Insomma, un uomo da adulare o da aborrire.

Personalmente, non ho fatto parte né dell’una né dell’altra ten­denza; non sono stato suo amico come taluni giornali hanno insi­nuato. A Gheddafi ho solo stretto la mano un paio di volte, in occasione di manifestazioni pubbliche di massa.

Come dirò più avanti, l’unica volta che avrei dovuto incontrarlo (in delegazione) l’appuntamento fu rinviato (e mai più svolto) a causa di un ritardo poco protocollare.

Tuttavia, un’idea di Gheddafi e del suo regime me la sono fatta e su questa ho cercato di regolare i miei contatti con i suoi rappresen­tanti a Tripoli e a Roma, saltando Palermo.

Infatti, pur vivendo e operando in Sicilia, non ebbi quasi al­cun contatto con i consoli libici inviati a Palermo. Di loro non dirò nulla, giacché, non li ho frequentati. Ancora oggi, non riesco a spiegarmi di cosa si occupasse il consolato libico nel capoluogo siciliano.

Il “pazzo di Tripoli”?

La gran parte dei mass media, all’uopo istruiti e foraggiati, si at­tivò per orientare l’opinione pubblica contro Gheddafi, ribattezzato il “pazzo di Tripoli”.

Giornalisti e statisti costruirono un’immagine del Colonnello fatta di colori e cartapesta facile da confe-zionare e da propinare all’opinione pubblica.

Quanta sicumera! E dire che, al giorno d’oggi, definire la pazzia è un arduo dilemma e motivo d’infinite controversie, specie dopo che Franco Basaglia parlò della pazzia come “una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione” [5]

Purtroppo, in politica non si va molto per il sottile e spesso si fanno passare per pazzi i propri nemici, specie quelli più irriducibili.

Applicata a Gheddafi tale prassi, si dimostrò di una superficialità senza costrutto.

Pazzo perché? Forse, perché intendeva affrancare la Libia da vec­chie e nuove dipendenze?

O perché puntava a destabilizzare le petro monarchie del Golfo, i regimi tirannici e patrimoniali dell’Africa dominata dal neocolo­nialismo?

O perché foraggiava i movimenti di liberazione in ogni parte del pianeta?

Effettivamente, secondo certe logiche, il capo di un paese ricchissi­mo di petrolio e di gas che faceva l’antimperialista non poteva che essere “un pazzo”.

In realtà, Gheddafi pazzo non fu mai, semmai furbo alla maniera levantina, dispotico e stravagante.

Si dovrà convenire che un pazzo, per quanto facesse leva su repres­sione e cambi di alleanze, interne e internazionali, non avrebbe potuto mantenersi al potere per quarantadue anni.

Fiuto politico e peccati d’orgoglio

Gheddafi ha compiuto errori, eccessi? Certamente, tanti, taluni anche clamorosi. Tuttavia, il suo errore politico fondamentale e ri­corrente fu quello di aver, talvolta, smarrito il senso delle propor­zioni ossia delle dimensioni della Libia rispetto alle realtà e ai po­teri con i quali si confrontava.

Infatti, molte sue scelte, specie in politica estera, erano sproporzio­nate, alla lunga insostenibili per un Paese in via di sviluppo con poco più di cinque milioni di abitanti, di cui 1,5 lavoratori stranieri. Anche se era un  Paese ricco di petrolio che disponeva di un’eccezionale produzione il cui picco raggiunse circa 2,5 milioni di barili al giorno (b/g) ossia mezzo b/g per abitante.

Il colonnello, auto proponendosi come il rappresentante più auten­tico dell’antimperialismo militante, s' illuse di poter influenzare addirittura il corso delle relazioni internazionali, allora rigidamente polarizzate sul confronto spartitorio fra Usa e Urss.

Gheddafi, pur essendo dotato di un certo fiuto, sovente cadeva nell’errore di calcolo politico e di valutazione dei rapporti di forza sul campo; facendo giocare alla Libia un ruolo internazionale di media potenza che non corrispondeva alla sua effettiva realtà.

Insomma, al colonnello è mancato il senso della misura, del limite che ogni capo di Stato dovrebbe possedere, imporsi se necessario, per garantire il benessere del proprio popolo e la pace con gli altri contigui.

Chi governa deve conoscere i propri limiti e non oltrepassarli mai. In questi casi, rispettare il limite non è una riduzione della perso­nalità, ma una virtù tonificante.

Come nota  Albert Camus, “coloro che conoscono i loro limiti, non li oltrepassano mai ed entro il precario intervallo, in cui il loro spirito si pone, posseggono tutta la meravigliosa disinvoltura dei maestri. Ed è appunto questo il genio: l’intelligenza che conosce le proprie frontiere.” [6]

Ma, forse, il colonnello non avrà letto Camus.

Dopo la revoca dell’embargo, (2003) l’errore più grave fu quello come ben nota l’analista palestinese Bari Atwan – “di fare all’Occidente tutte le concessioni che quest’ultimo gli chiedeva, e di non fare invece alcuna concessione al suo popolo che gli chie­deva libertà, democrazia e una vita dignitosa”.[7]

Se non la verità, accertare almeno le falsità

Slanci passionali, buon intuito, contraddizioni hanno attraver­sato, plasmato la personalità di questo giovane militare, venuto dal deserto della Sirte, divenuto l’emblema del potere in Libia, per quarantadue anni.

Come succede con le personalità eccentriche, controverse, anche nel caso di Gheddafi i giudizi sono discordi, sovente contraddittori.

Parlando di lui può capitare d’incontrare autori, anche celebrati, i quali, forse, dimenticando di averne esaltate le virtù nelle prime pagine della loro opera le smentiscono nelle pagine finali.

Succede con le nuove edizione o quando si maltratta la verità per risultare graditi al committente o per entrare in sintonia col senso comune.

Perciò, non bisogna accontentarsi di quanto, oggi, “passa il gover­no”, ma continuare a scavare, a indagare, poiché - come disse una volta Albert Einstein- “È difficile sapere quale sia la verità, ma a volte è molto facile riconoscere una falsità”

E nelle vicende arabe di falsità ve ne sono a iosa; la gran parte an­cora sepolte sotto la polvere della disinformazione e degli intrighi internazionali.

Giudicare gli uomini è un esercizio difficile, improbabile, specie quando mancano un metodo e un criterio di valutazione equanimi e oggettivi.

Nella valutazione di una personalità pubblica, dovrebbero contare di più i fatti, le scelte operate e le loro effettive finalità ossia biso­gnerebbe verificare se questi ha servito il popolo o se del popolo si è servito per fini personali e/o di partito.

Altrimenti si rischia di oscillare da un estremo all’altro, com' è ca­pitato a taluni estimatori e detrattori di Gheddafi qui appresso ci­tati.

Gheddafi tra fans e detrattori

1...     Comincio con una menzione, tratta dalla biografia militante di Horacio Calderon, scrittore e dirigente politico argentino, nella quale racconta vita e miracoli (la morte no poiché il libro è del 1981) di Muammar Gheddafi, con un taglio francamente enfatico, a tratti, perfino adulatorio.

L’autore si spinge oltre il giusto riconoscimento politico e storico dovuto al Colonnello per i meriti acquisiti nel processo di libera­zione del popolo libico dal dominio feudale e neocoloniale, nella costruzione di una moderna economia e, soprattutto, per aver messo al servizio del popolo la rendita petrolifera intesa come leva per creare una moderna società istruita, più giusta e inclusiva.

Nel suo slancio passionale, Calderon non vede alcun difetto in Gheddafi, per altro ancora giovane, (nel 1981, aveva 40 anni e da 12 era al potere) e alcun errore nella sua conduzione politica e di governo. Infatuazione o piaggeria?

Non conoscendo bene quest’autore, che cito soprattutto perché ci offre un punto di vista proveniente dalla lontana Argentina, non desidero azzardare giudizi definitivi.

Diciamo che in questa biografia si realizza un’identificazione fra  l’autore e il biografato, che si risolve a danno della dignità e credi­bilità del primo, il quale arriva a sostenere “La gigantesca opera realizzata in Libia è conseguenza anche se Muammar per modestia omette di rivendicarla della sua grande intelligenza e capacità come teorico e guida del popolo. L’ufficiale “adolescente”, che liberò la sua terra dal flagello imperialista, riuscì ad armonizzare nella sua persona la forza delle armi per conquistare il potere con la capacità d’interpretare la Storia, creare le condizioni tendenti a promuovere l’organizzazione comunitaria, e lanciare il popolo li­bico, parte fondamentale della Nazione Araba, per il cammino della realizzazione della sua missione originale nel contesto uni­versale….” [8]

Per Calderon, Gheddafi era una sorta di “inviato del Destino” o della “Provvidenza”. Un’ampollosità che ricorda gli apprezzamenti della gerarchia cattolica per gratificare Benito Mussolini, duce del fascismo e capo del governo italiano, il quale, con il Concordato del 1929, concesse al  Vaticano grandi proprietà e privilegi.

 

2...     Più razionale appare il taglio della coeva biografia, non so se autorizzata, di Mino Vignolo, all’epoca brillante inviato speciale del “Corriere della Sera” ed esperto di problematiche terzomondi­ste.

Egli, usando informazioni anche inedite e attinte direttamente alla fonte, ci consegna un ritratto di Gheddafi più rea­listico, a tratti lusinghevole.

Al di là delle contraddizioni, delle imprecisioni, delle critiche Gheddafi resta, dopo la morte di Nasser, l’unico leader arabo contemporaneo che abbia elaborato un pensiero politico originale. Egli si propone di conciliare Islam e socialismo per ritornare alla ideale Città Musulmana.”

Muammar non è solo il grande architetto della nuova “questione araba”, ma è anche un giovane leader amato dalle masse, anche in Occidente, il quale “cura la sua immagine esterna. Un viso dallo sguardo penetrante, i tratti marcati…Muammar, con un tocco di narcisismo, non rimane insensibile davanti ai fotografi e ai cineo­peratori. Senza dubbio non si dispiace neppure fisicamente e forse si perdona il peccato di vanità. Tiene molto all’eleganza e perfino le sue sahariane rivelano il gusto di un sarto italiano…” [9]

 

3...     Gheddafi era ambizioso? Certamente. Ambizioso e orgo­glioso. Qualità che, solitamente, raffreddano gli entusiasmi.

Non quelli- sembrerebbe- del professor Angelo Del Boca, uno dei maggiori storici della Libia coloniale e indipendente, il quale considera la sconfi­nata ambizione del Colonnello“non sempre un fat­tore negativo, specialmente in un Paese come la Libia, che non ha una storia unitaria, che è alla ricerca di un’identità nazionale, e che ha i mezzi, grazie al petrolio, per uscire in tempi relativa-mente brevi dal sottosviluppo…”  

Questo scrive a pagina 56, mentre a pagina 321 dello stesso libro sembra aver cambiato opinione: “c’è anche il Gheddafi senza scrupoli, cinico, spietato, che non si ferma dinnanzi a nessuna azione, se è in gioco il suo potere…[10]

 

4...     Di segno completamene opposto, è il giudizio di Farid Adly, giornalista libico di sinistra, esule in Italia per sfuggire alla ditta­tura del Colonnello. Egli, nei primi giorni della rivolta di Bengasi, scrisse un articolo piuttosto seccato contro chi, come Valentino Parlato e altri, si dichiaravano “estimatori del Colonnello”.

Gheddafi arriva dopo, nel 1969. La «spinta propulsiva» del golpe militare contro il vecchio re Idriss, per dirla con Berlinguer, è fi­nita molto presto. Già nel 1973 della rivoluzione degli ufficiali li­beri non c'era più nulla, se non la spietata repressione di ogni dis­senso. Le forche all'Università, l'allontanamento dei compagni d'armi, la cancellazione di ogni forma d'opposizione, il divieto dei sindacati, l'annullamento di ogni azione indipendente della società civile, l'uccisione degli oppositori all'estero (l'Italia è stata un tea­tro prediletto per azioni terroristiche) e le operazioni militari con­tro civili che protestavano pacificamente contro le volontà del ti­ranno (anni '80 e '90 a Derna e Bengasi...), il massacro di Abu Se­lim (26 giugno 1996), sono esempi di questo dominio di una nuova classe dirigente che si è ridotta di fatto alla famiglia di Gheddafi e a una piccola cerchia di suoi seguaci.” [11]

Ho proposto tale, ristretto campionario di punti di vista, non esau­stivo, solo per dare un’idea della controversa personalità del Co­lonnello e non, certo, per attenuare le gravi responsabilità sue e de­gli altri esponenti del regime che hanno condiviso e gestito il po­tere in Libia, per quarantadue anni.

Il Colonnello voleva abbandonare il potere

1...     Quarantadue anni! Un periodo lungo, molto lungo. Il tempo di due generazioni. Un record, addirittura, negli ultimi cento anni. La longevità del potere di Gheddafi ha superato, infatti, quella di altri, più famosi dittatori: da  Mussolini a Hitler, da Franco a Salazar, da Stalin a Mao, da Suharto a Marcos, da Somoza a Stroessner, a Pi­nochet, ai vari re e rais nei Paesi arabi, decaduti o tuttora al potere.

Un record senz’altro negativo da cui gli arabi, e non solo, dovreb­bero trarre una lezione: quella del rifiuto, in linea di fatto e di prin­cipio, di ogni lesione dei diritti di libertà e di partecipazione demo­cratica, di ogni forma di potere autocratico, anche quando è am­mantato sotto i vessilli della religione e/o delle belle bandiere della rivoluzione, del proletariato.

Dall’implosione dell’Unione Sovietica e del sistema dei suoi paesi satelliti è venuto un monito anche per noi che ci ispiriamo all’ideologia marxista: quello di combattere ogni tendenza autorita­ria, assumendo la democrazia e il libero consenso dei cittadini come valori fondanti di ogni nuova ipotesi di società socialista.

In questo secolo, la sfida del nuovo socialismo sarà di riuscire a coniugare, a far convivere l’uguaglianza con la libertà.

Occorre una nuova idea di socialismo inteso come  sta­dio supremo del progresso laico, della libertà e della giustizia so­ciale, verso la felicità cui hanno diritto tutti gli uomini e le donne del Pianeta. So­cialismo nella libertà, poiché non è concepibile che per rendere l’uomo felice lo si deve privare delle sue libertà fon­damentali.

 

2...     Tornando alla longevità del potere di Gheddafi, bisogna dire che, a un certo punto, egli, forse, voleva chiudere la sua espe­rienza di governo. Manifestò tale intendimento, solennemente, nel discor­so pronunciato in occasione del 15° anniversario della rivolu­zione del 1° settembre 1984, quando annunciò la volontà di lasciare il potere e di espatriare “in Siria, in Libano, in America Latina o al­trove per lottare con altri popoli o con un altro popolo arabo…”

Voleva proporsi al mondo come un novello Che Guevara? Forse, era sincero. In ogni caso, nulla di scandaloso: a quel tempo, ogni giovane rivoluzionario ha desiderato imitare le gesta del mitico “Che”.

“Ho anche pensato di lasciare Tripoli, dopo 15 anni di residenza, e installarmi in qualche parte nel deserto, lontano dalla città o da questa vita borghese. Più tardi ho seriamente pensato di partire per un Paese qualsiasi, sia in Siria, sia in Libano, in questa re­gione infiammata e vicina al nemico sionista”.

Ma, “dopo gli odiosi tentativi delle bande terroriste dei Fratelli musulmani – che Gheddafi bollò come “agenti dell’America che non hanno più visto la Libia da 15 anni e vivono negli USA con il denaro dei libici ho deciso di restare….” [12]

Vere o millantate, le intenzioni del Colonnello erano un segno di disagio, forse di uno scrupolo che ogni tanto affiorava.

Mollare tutto e partire? O mollare e tornare nel deserto?

Nel dubbio, sarebbe stato preferibile lasciare l’incarico e favorire l’avvicendamento democratico, anche generazionale, alla direzione dello Stato.

Nel 1984, il suo ritiro sarebbe stato una scelta, a dir poco, oppor­tuna per fare avanzare la democrazia in Libia e consolidare il pro­cesso rivoluzionario che, da allora, cominciò a declinare, a degene­rare verso una gestione dispotica del potere politico e finanziario.


Cap. II

LA LIBIA CHE HA TROVATO E CHE HA LASCIATO


La Libia che ha trovato: confronti  1969 - 1988

Si possono fare molte critiche, anche fondate, sull'estroversa personalità di Gheddafi. Tuttavia, è innegabile il suo contributo alla emancipazione del popolo libico da una spaventosa condizione di sottosviluppo, di umiliazione, di discrimina­zione.

A conferma di tale giudizio si possono citare fatti e dati reali rica­vati da un confronto tra la Libia che Gheddafi ha trovato e che ha lasciato. Molto eloquenti appaiono i principali aggregati e indi-ca­tori socio-e­conomici relativi al periodo 196988 ossia al primo ventennio del regime.

In quel periodo, il petrolio era davvero al servizio del popolo e la Libia fece un serio balzo in avanti in tutti i campi della vita eco­nomica e sociale, dei diritti umani e della qualità e delle aspettative di vita. Un solo esempio.

Nel 1988, il Pil procapite era cinque volte maggiore di quello rile­vato nel 1969 e relativo alla gestione monarchica, succube degli interessi inglesi. Era anche il più alto fra quelli di altri Paesi norda­fricani e mediorientali produttori di petrolio come si evince dai seguenti indicatori estrapolati dal “Rapporto sullo sviluppo mondiale del 1990 e dalle Worl Tables del 1991 della World Bank.”

 



Libia


1969


1988


Popolazione (mln)


1,9


4,2


PIL (mln dinari)


1.195,2


6.819,0  (10.503 nel 1980)


PIL capite ($)


1.810


5.410 (9.740 nel 1980)


Petrolio:

Produzione (mln t.)

Esportazione (mln t.)

Riserve (mld t.)


 


 

51,5

41,5

3,10


Export globale (mln $)

 di cui idrocarburi


2.167

2.161


5.814 (21.919 nel 1980)

5.682 (21.837 nel 1980)


Import globale (mln $)


716


4.926 (11.520 nel 1980)


Riserve in valuta (mln $)


1.596


5.798


Figli x donna


7,5


   6,7


Mortalità infantile (x 1000)


125


77,5


Speranze vita (anni)


51,4


61,7


Calorie/g per abitante


1.925


3.601


N° abitanti x medico


3.860


690

 

Fra i due regimi (di re Idriss e di Gheddafi) c’erano grandi diver­sità, specie sul terreno politico e civile. In comune avevano la mancanza di libertà di espressione e di organizzazione politica e sindacale.

In tale comunanza di condizioni, c’era, però, una diversità che faceva la diffe­renza: mentre con il re mancavano la libertà e il pane, con Ghed­dafi mancava la libertà, ma c’erano il pane, il lavoro, i servizi, l’istruzione, ecc.

Nonostante i limiti, gli eccessi compiuti, il regime di Gheddafi è riuscito ad assicurare al popolo libico un buon livello di vita che non aveva pari in altri Paesi maghrebini e mediorientali.

Morendo, il dittatore libico ha lasciato un paese col Pil procapite più alto dell’Africa e di tanti paesi arabi anche produttori d’idro-carburi.

Certo si potrà obiettare che non si vive di solo pane. E’ vero. Ma  è altrettanto vero che senza pane si muore prima. Molto prima. Come morivano i libici fino al 1951(anno dell’indipendenza dal coloniali­smo) i quali, come notava una commissione dell’Onu, avevano speranze di vita non superiori ai 40 anni; mentre l’analfabetismo toccava il 94% della popolazione, il reddito medio/annuo era di 15 dollari Usa, le malattie falcidiavano vecchi e soprattutto bambini.

Nel 1988, nell’area mediterranea extra UE, soltanto Israele poteva vantare un livello medio di benessere superiore a quello raggiunto dalla Libia.

A differenza di altri regimi petroliferi, che preferivano continuare a importare derrate alimentari, la Libia si pose come obiettivo poli­tico prioritario (oltre che economico) quello di conseguire, entro un tempo ragionevole, l’autosufficienza alimentare, mediante lo svi­luppo diversificato dell’agricoltura.

Obiettivo oltremodo impegnativo, difficile da perseguire in un Pa­ese interamente desertico, dove il Sahara giunge fino al mare.

Eppure, già nel 1986, l’indice di produzione agricola per abitante (ponendo 100 come base riferita al periodo 197981) era uguale a 120, il più alto in assoluto di tutti i paesi mediterranei.[13]

Per consolidare questi risultati, fu realizzato il “grande fiume artifi-ciale” ossia un canale sotterraneo che partendo dalle oasi di Kufra e del Fezzan (nei cui sottosuoli erano stati rinvenuti enormi giaci-menti idrici) giunge fino alla costa mediterranea.

“Un’opera mastodontica (lunga più di 1.000  km) che potrebbe consentire l’irrigazione di circa 180.000 ettari ossia il doppio della superficie irrigua preesistente.” [14]

La Libia che ha lasciato: lo stato sociale

Come detto, il regime cominciò a cambiare, a declinare  durante il suo secondo ventennio, il cui inizio coincide (casualmente?) con il crollo del muro di Berlino e con il mutato quadro dei rapporti di forza internazionali.

Il regime di Gheddafi, attanagliato da un lungo e durissimo em­bargo commerciale voluto da Usa, Francia e Gran Bretagna, entrò in una spirale di crisi e di corruzione, di abusi di cui si resero pro­tagonisti anche taluni familiari del colonnello.

Paradossalmente, nel momento più critico del suo sviluppo, quando sarebbero state necessarie riforme politiche in senso democratico e misure severe di moralizzazione della vita pubblica, il regime si abbandonò ai bagordi.

Nonostante tale decadimento, secondo i sottostanti dati della CIA, che non può essere sospettata di benevolenza verso il regime di Gheddafi, questa era (nel 2011) la realtà sociale della Libia contro la quale hanno preso le armi gli insorti cirenaici e le principali po­tenze della Nato.

Nell’interesse del mite popolo libico, speriamo che i nuovi arrivati sapranno mantenere, e se possibile migliorare, i seguenti livelli di stato sociale relativi all’anno 2011:

-         Indennità di disoccupazione: 730$ mensili (in Libia la vita co­sta 1/3 rispetto che in Italia)

-         Pil procapite: 14.192$

-         Rapporto debito/PIL: 33% (secondo il sito della CIA al 2010 è il Paese meno indebitato al mondo)

-         Ogni membro di una famiglia riceve dallo Stato 1000$ annuali

-         Per ogni nuovo nato lo Stato dona alla famiglia 7000$

-         Gli sposi ricevono 64.000$ per l’acquisto di una casa

-         Istruzione e università all’estero a carico dello Stato

-         Prezzi simbolici dei prodotti alimentari di base per le famiglie numerose

-         Erogazione gratuita di prodotti medicinali e farmaceutici

-         Costo di 1 litro di benzina 0,14$, dunque è più economica dell’acqua

-         Energia elettrica gratuita

-         All’apertura di un’attività personale si riceve un finanziamento statale di 20.000$

-         Per l’acquisto di una vettura il 50% è versato dallo Stato

-         Prestiti per l’acquisto di un' auto o di una casa senza alcun inte­resse

-         Imposte e tasse extra proibite. [15]

La comunità internazionale e il dispotismo in Libia

Improvvisamente, dopo 42 anni, esplose (agli inizi del 2011) il problema della democrazia in Libia. Si disse per effetto di trasci­namento delle “primavere arabe”, ma tutti sanno che l’insurrezione di Bengasi era stata preparata, con diversi mesi di anticipo, in coo­perazione con i servizi segreti inglesi e francesi.

L’Occidente ha le carte in regola per rivendicare un impegno coe­rente in favore della libertà del popolo libico? Se ciascuno si pas­sasse, come si suol dire, una mano sulla coscienza la risposta non sarebbe certa­mente positiva. A parte la “lezione” di Reagan (1986) e alcuni maldestri tentativi golpisti portati avanti da espo-nenti dell’opposizione in esilio, regolarmente falliti, mai la cosid-detta “comunità internazionale”si è posto seriamente il problema della libertà e della democrazia in Libia.

Anzi, molti “statisti” del primo, del secondo e del terzo mondo fa­cevano a gara per attirare le attenzioni di Gheddafi e, soprattutto, i suoi investimenti, le sue tangenti, il suo ottimo petrolio, il suo gas.

In Libia si è ripetuto il vecchio copione del cinismo e dell’opportunismo che, da sempre, albergano nell’animo umano.

Ovviamente, nessuno desidera prendere le difese di un satrapo orientale, com’era diventato Gheddafi, anche se bisogna ricordare che egli non era l’unico, e nemmeno il peggiore, dittatore arabo o di altra nazionalità e/o appartenenza etnica in giro per il mondo.

La svolta nei rapporti con Gheddafi avvenne nel 2003 quando egli ammise le tremende responsabilità per gli attentati di Lockerbie (GB) all’aereo della Pan Am (dicembre 1988) e al Dc 10 francese nel deserto del Tenerè (settembre 1989), nei quali peri­rono, comp-lessivamente, 431 passeggeri.

Dopo tali ammissioni, si poteva continu­are a collaborare con Ghed-dafi o bisognava tron­care ogni relazione con un regime dominato da un terrorista reo confesso?

“Una bizzarria non solo etica ma politica visto che contrasta con l’imperativo categorico della lotta al “terrorismo internazionale” divenuta la bandiera dell’amministrazione Bush e di tanti governi europei. Fra questi quello italiano... 

È chiaro che tale comportamento si spiega con l’esigenza di assi­curarsi i rifornimenti di petrolio e di gas e le lucrose commesse generate dalla parte libica. Così com’è evidente il gioco delle grandi potenze (dalla Russia agli Usa, dalla Francia all’Italia) per accaparrarsi addirittura le enormi riserve libiche d’idrocarburi e la loro commercializzazione.

Perciò la coerenza politica, l’etica vanno a farsi benedire e tutti corrono alla fiera di Tripoli.

A queste priorità sono stati piegati i ruoli dei governi e della stessa diplomazia che, ormai, sembrano prendere ordini direttamente dalle multinazionali e dai potentati finanziari.

Dentro questo scenario diventano possibili, e accettabili, le più in­credibili acrobazie.

L’ultima, la più clamorosa è la contraddizione  prima rilevata che non impedisce alla “comunità internazionale” di aprire al regime del colonnello Gheddafi dopo che ha ammesso le sue terribili re­sponsabilità e risarcito le famiglie delle vittime.

Più che a una svolta politica siamo di fronte ad un clamoroso controsenso, giacché l’ammissione della colpa non ne annulla la gravità. Non siamo nel confessionale!” [16]

Nessuno dei nostri governanti avvertì questa esigenza.

Strano, però! Fino a quando Gheddafi si dichiarò estraneo alle accuse, fu mante­nuto un durissimo embargo contro la Jamahjrya, quando invece le ammise l’embargo fu revocato.

Come se la dichiarazione di colpevolezza fosse stata la chiave per aprire le porte di un club esclusivo. Viene da chiedersi: come mai quando, finalmente, si era trovato un terrorista reo confesso, invece d’isolarlo, condannarlo, si faceva la fila per incontrarlo, per farselo amico, per contrattare affari miliardari?

È stata detta tutta la verità?

1...     Questa “confessione”, a scoppio molto ritardato, ha ristabilito la verità? Nessuno può dirlo. In assenza d’inchieste internazionali indipendenti, dobbiamo accontentarci di queste verità contrattate, mercificate, monetizzate. Tanto a dollari.

Per altro, nel corso delle lunghe e complesse indagini, svolte dalle autorità dei Paesi ai quali appartenevano le vittime (Usa, Francia e G.B.), affiorarono dubbi e ipotesi che scagionavano i libici dalle responsabilità.

Il presidente Usa Bush (padre) e il premier inglese Jonh Major, non vollero sentire ragioni e tanto meno versioni diverse da quelle da loro immaginate e perseguite anche sul terreno giudiziario: i colpe­voli erano Gheddafi e i suoi servizi segreti e questi bisognava col­pire, duramente e senza tentennamenti.

Scartarono l’ipotesi, prospettata da ambienti alleati, secondo cui  responsabile degli attentati poteva essere il governo degli ayatollah iraniani che vendicavano, così, l’attentato a un loro aereo civile ab­battuto dagli Usa.  

Non diedero ascolto nemmeno alle“autorità israeliane le quali ri­feriscono che, per Lockerbie, la pista giusta è quella siriana e non quella libica”. [17]

“Ma gli americani non hanno alcuna intenzione di rompere con Damasco…e puntano l’indice ancora una volta contro Tripoli, che è  il bersaglio più facile…” [18]

Per Bush e Major (ai quali, presto, si assocerà il presidente fran-cese Mitterand), Gheddafi era il “responsabile” da loro individuato e lui doveva pagare.

La Libia era il “ bersaglio più facile” poiché non comportava com….­




[1] Intervista a Maurizio Torrealta, Tg3, luglio 1991, citata da A. Del Boca in “Gheddafi- Una sfida dal deserto”, Editori Laterza, Bari, 2010

[2] S. Cararo in “Radiocittaperta” del 20/3/2011

[3] Il Blog di Beppe Grillo del 20/10/2011

[4] S. Weissman – H. Krosney in  La bomba islamica”, Editoriale Cor-no, Milano,1981

[5] F. Basaglia in “Conferenze brasiliane”, 1979

[6] A. Camus in “Il mito di Sisifo”, Editore Bompiani, Milano,1996

[7] Abd al Bari Atwan in “Al Quds al arabi”, 2011

[8] H. Calderon in “Khaddafi- La operation Jerusalem”, Editorial Legion, Buenos Aires, 1981

[9] M. Vignolo in “Gheddafi- Islam, petrolio, utopia”, Edizioni Rizzoli, Milano, 1982

[10] A. Del Boca in op. cit.

[11] F. Adly in “Il Manifesto” del 7/3/2011

[12] M. Gheddafi in “Agenzia Jana”, Bulletin en langue francaise, Tripoli, 2/9/1984

[13] Statistiche FAO, 1986

[14] J. Le Coz in “Espace méditerranéens et dynamiques agraries”, Ciheam, Montepellier,1990

[15] htpp: tipggita32.wordpress.com/2011/04/22

[16] A. Spataro in “Si può ancora collaborare con Gheddafi?” in www.infomedi.it

[17] G. Simons in “Libya- The struggle for survival”, citato da A. Del Boca

[18] A. Del Boca op. cit.

 

-------------------------------------------------------

[1] A. Spataro in “Si può ancora collaborare con Gheddafi?” in www.infomedi.it

[1] G. Simons in “Libya- The struggle for survival”, citato da A. Del Boca

[1] A. Del Boca op. cit.