Il nuovo libro di A.Spataro

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"SICILIA, IL DECENNIO BIANCO- Una magnifica desolazione

 Vi comunico l'uscita del mio nuovo libro "SICILIA, IL DECENNIO BIANCO- Una magnifica desolazione"  Il libro (seconda edizione, rif. 368719) si compone di 268 pagine, al prezzo di copertina di euro 17,00.
Acquistando online da "ilmiolibro.it": 11,38 euro (+ spese di spedizione). Come il solito, ho rinunciato ai miei diritti per contenere il prezzo ed aggiungo che se qualcuno non ha la possibilità di acquistarlo può richiedermi (agspata@tin.it) gratuitamente il file del libro.
Nei prossimi giorni, dopo l'attribuzione del codice ISBN, il libro potrà essere acquistato anche presso: www.lafeltrinelli.it (online) e/o presso la rete italiana delle librerie Feltrinelli.
 

INDICE

A MO’ DI PRESENTAZIONE pag. 1
Capitolo primo pag. 5
IL FALLIMENTO DELL’AUTONOMIA
Il declino della Sicilia, il suo fatale enigma
Ai confini dello Statuto
Sicilia - Paesi Baschi: accomunati da un infausto destino?
La trappola del federalismo
L’Autonomia dello spreco
Garibaldi fu ferito da…Lombardo e Miccichè
Il Sud fra pregiudizi nordisti e tentazioni secessioniste
Il miglior programma per le province? Abolirle
Capitolo secondo pag. 26
PERCHE’ CRESCE L’ANTIPOLITICA
L’eterna Sicilia dei vicerè
Sicilia, il mercato elettorale
Il laboratorio politico siciliano
Liste regionali: come prima, peggio di prima
Sicilia, magistrati al governo
La porta girevole
La transumanza
La frantumazione della politica
Favole del trasformismo
La servitù volontaria
“Porcellum”, il male maggiore
Capitolo terzo pag. 57
LOMBARDO O DEL CLIENTELISMO SCIENTIFICO
Il modello - Catania
Il clientelismo scientifico
Le false riforme del governo Lombardo
Il ritorno dei Beati Paoli
Le geometrie invariabili
La commedia degli equivoci
Sicilia, lo strappo è servito
Il doppio gioco
Partito del Sud: il grande inganno
Destrutturare per sopravvivere
Fine della “fronda” neosudista?
Il partito del Sud e la legione straniera
Sicilia, una magnifica desolazione
Capitolo quarto pag. 90
DISASTRI PUBBLICI E AFFARI PRIVATI
Riappare lo spettro della povertà
Guerriglia fra le due Sicilie: la mutazione delle clientele
Lavoratori precari: la coscienza sporca dei politici siciliani
Il gioco degli opposti: lo scudo morale
I veri colpevoli dei disastri del Sud
Messina: paesi distrutti e illese impunità
Favara: una tragedia siciliana
Capitolo quinto pag. 108
L’ECLISSI DELLA SINISTRA SICILIANA
Un’opposizione asimmetrica
Il rinnovamento della sinistra per recuperare il consenso perduto
Profumo di nuovo, anzi d’antico
Candidature, ma chi decide?
Le liste dei candidati già eletti
Sicilia, il crollo
PD: espugnare il quartiere generale
L’abbraccio mortale
Il PD prigioniero di Lombardo
I gattopardi del PD
Dov’è la vittoria?
Capitolo sesto pag. 136
IL SERVILISMO ECONOMICO: LA SICILIA UN HUB ENERGETICO
La Sicilia e le rotte del gas
Sul ponte Roma si defila
Stop ai quattro inceneritori
L’illusione petrolifera di Joppolo Giancaxio
L’improvvisazione al potere: il federalismo energetico
L’Isola un hub energetico al servizio del…Nord
Se un giorno esplodesse una nave di metano…
Il rigassificatore della discordia
Una commissione indipendente per verificare la sicurezza del rigassificatore di Porto Empedocle
Capitolo settimo pag. 160
LA PRIVATIZZAZIONE AUTORITARIA
Acqua ai privati: una pipì provvidenziale
I frutti amari della psicosi-rifiuti
La chiave dell’acqua
Gestione rifiuti: un’idra dalle 27 teste
La privatizzazione autoritaria
Capitolo ottavo pag. 176
USI E (MAL)COSTUMI
Delitti e razzismo
Sicilia: miseria e dissolutezza
Agrigento, le candidature scambiate
Fuori la mafia dal…vocabolario
Tutti sul carro del vincitore
Fermare la macchina infernale del clientelismo
I due Mori
Il genitivo siculo
Capitolo nono pag. 196
SICILIANI, MALGRADO TUTTO
Perché ci chiamiamo siciliani?
Ignacio Corsini, il siciliano del tango
Una regressione felice: dalla metropoli alla terra del padre
Paulo Coelho e gli asini di Empedocle
Montalbano trasferito: una contesa siciliana
Tre preti siciliani: dignità della parola e vergogna del silenzio
Alcune cose sul rapporto fra Leonardo Sciascia e il PCI
Scorreva sangue siciliano nelle vene del Re Sole? Indagine sul cardinale Mazzarino
Gabriele Colonna di Cesarò: il duca in camicia rossa
Borges, viaggio nella Sicilia del mito

Capitolo decimo pag. 236
CRONACHE DI VARIA ATTUALITA’
Dall’Isola fuggono anche gli immigrati
Anche nella follia fummo primi
Morti sulle strade: una maledizione statistica?
Ma chi difende le forze dell’ordine?
Mediterraneo, un mare di…convegni
Crocifisso, oggi la multa, domani che cosa?
Fiat, a Termini Imerese si cambia, anzi si chiude
Sicilia ad alto rischio: i vulcani sommersi
A Comiso, 30 anni dopo

DALLA PRESENTAZIONE…
Il libro contiene una selezione mirata di articoli quasi tutti apparsi su “La Repubblica- Palermo”, con la quale ho condiviso oltre un decennio di appassionate battaglie democratiche e di civiltà, e po-chi altri pubblicati in combattive testate online citate a piè di pagi-na.
Un excursus giornalistico che ripercorre il tor-tuoso percorso della politica siciliana dal 2006 a oggi.
Il quinquennio precedente l’ho tratteggiato in “Sicilia, cronache del declino”, Edizioni Associate, Roma. .
Un “decennio bianco” che ha segnato la vita della Regione in questo nuovo secolo. Bianco per il colore politico dei due “governatori”che lo hanno guidato ossia i “dioscuri” Cuffaro e Lom-bardo, dal passato democristiano, famosi il primo per le “vasate” e il secondo per avere innalzato il clientelismo a un livello sistemico o se, si prefe-risce, “scientifico”.
Entrambi si sono dimessi, anticipatamente, dal-l’incarico in conseguenza di gravi provvedimenti giudiziari.
Decennio (in) bianco, soprattutto, per l’inconclu-denza che lo ha caratterizzato, per le riforme an-nunciate e non attuate, per la sterilità dei suoi esiti, politici e di governo, che ha bruciato cospi-cue risorse finanziarie e ogni speranza di cambia-mento, nello sviluppo e nella legalità.
La realtà è sotto gli occhi di tutti. Basta aprirli, gli occhi, per ve-dere il disastro in cui l’Isola è stata cacciata: una “magnifica desolazione”, per l’ap-punto; un’onerosa eredità, ora, consegnata al nuo-vo presidente della Regione, on. Rosario Crocetta, al quale auguro di potere attuare la sua “rivolu-zione”.
Anche se, ancora, non si è ben capito cos’è.
1... Onestamente, dobbiamo anche dire che il processo di decadenza della Regione e, in generale, dell’Isola è cominciato prima di questa decade infausta, con altre gestioni.
L’ultimo tentativo serio di risalire la china, e salvare la Sicilia da sicuro disastro, fu quello por-tato avanti, sul finire degli anni ’70, con gli accor-di delle “larghe intese”che ebbero come espres-sione di punta Piersanti Mattarella, presidente de-mocristiano della Regione, e Pancrazio De Pas-quale, presidente comunista dell’Ars.
Purtroppo, quella esperienza fu troncata la mattina del sei gennaio 1980, col barbaro assassinio di Mattarella
Da quella tragica data riprese la “discesa verso gli inferi” di questa nostra Isola bellissima ma infelice.
Entrarono in campo, violentemente, nuovi poteri e oscuri interessi (non solo criminali) e tutto s’in-volse, si aggrovigliò accelerando il lungo processo di generale decadenza, da tempo in corso.
Tuttavia, il tracollo si è avuto durante l’ultima decade, dominata dai primi due “governatori” eletti direttamente dal popolo.
Anche questo tipo di elezione (che, di fatto, con-segna a un sol uomo un enorme potere deci-sionale, anche quello di vita e di morte del parlamento regionale) credo abbia influito a far degenerare la crisi, ormai, irreversibile dell’Auto-nomia.
2... Mi è stato fatto notare che, già dal titolo, questo lavoro ap-pare un po’ troppo pessimista. Chiarisco, intanto, che “magnifica desolazione” è il titolo di un articolo inserito nel testo, a sua volta, mutuato dalla celebre esclamazione di Aldrin quando mise piede sulla superficie lunare.
Insomma, magnifica e desolata la Luna, per sua natura. Magnifica e desolata la Sicilia, perché devastata da decenni di malgoverno e d’illegalità.
Pessimismo? Potrei rispondere come rispose Leonardo Sciascia a Marcelle Padovani “Come mi si può accusare di pessimismo se la realtà è pessima… “.
Semmai, “pessimismo della ragione e ottimismo della volontà”, come quello di Antonio Gramsci.
Infatti, insieme alle critiche, talvolta severe, tro-verete suggerimenti, idee, ipotesi propositive che, come previsto, nessuno ha ritenuto di prendere in considerazione.
Perciò, non possiamo continuare a dividerci fra pessimisti e ottimisti, talvolta interessati. Mi sembrano categorie dello “spirito” che, general-mente, non producono risultati apprezzabili.
O forse, qualcuno confonde, intenzionalmente, gli ottimisti con i “nuovi ottimati” ossia una minoran-za cresciuta dentro quello spazio opaco in cui con-fluiscono malaffare e cattiva politica, ricchezze equivoche e poteri forti, antidemocratici.
I “nuovi ottimati” per l’appunto, coloro ai quali le cose vanno sempre bene. Anche durante la crisi più nera.
Ma, oltre gli “ottimati”, c’è una Sicilia positiva, prosperosa, dina-mica, libera?
Parrebbe proprio di no, a parte qualche rara “eccellenza”. Ad ogni modo, così la vedo e così la (de) scrivo, la realtà. L’analisi politica, la buona politica non si possono fare in base a sensazioni umorali, ma partendo dai dati di fatto, da perce-zioni razionali della realtà e avendo come riferi-menti principali l’interesse pubblico, il bene co-mune.
Insomma, più che pessimismo, la mia è indigna-zione per come vanno le cose, è pena d’amore per quest’Isola paralizzata, devastata, umiliata da un lungo periodo di malgoverno. E, si sa, chi ama brucia. E, talvolta, s’incazza!
… In questo lavoro, fatto in casa e con mezzi propri, troverete analisi oggettive, commenti, rif-lessioni e ipotesi, talvolta, anticipatrici di tenden-ze, denuncie di comportamenti furbeschi, amorali che, purtroppo, (per la Sicilia) si sono avverati. E anche qualche errore di valutazione, di battitura, qualche svarione.
Quello che non troverete sono i commenti sguaiati, gridati, gli attacchi faziosi, odiosi, stupi-damente aggressivi.
Non solo per una questione di stile, ma perché sono persuaso che, in democrazia, chi alza troppo la voce e fa piroette in pubblico, in genere, è qualcuno a corto d’argomenti e di serie proposte alternative.
Attenti a codesti individui: potrebbero essere stati sguinzagliati per tv e quotidiani a grande tiratura per coprire, con i loro latrati, ben altri misfatti e interessi inconfessabili dei loro committenti e sponsor.
Potevo pubblicare il libro all’inizio o nel bel mezzo della recente campagna elettorale regionale e fruire dell’oggettivo vantaggio del “contesto”, ma ho preferito attendere la sua conclusione per non esserne minimamente coinvolto.
3... Come sempre, a ogni inizio di un nuovo lavoro, mi sorge il dubbio sull'utilità dello scri-vere: per che cosa, per chi si scrive?
Domande pertinenti specie in questa fase di fuga dei lettori da libri e giornali verso nuove forme di comunicazione. Ormai è chiaro: la carta stampata è il passato, il web rappresenta il futuro.
Tuttavia, la mia angoscia non deriva tanto da tale mutazione epoca-le, che, in qualche modo, le nuo-ve generazione sapranno introiettare e governare, quanto dal fatto, come in questo caso, di avere speso circa ottantacinquemila (85.000) parole per illustrare le gesta poco esaltanti di un pugno di politicanti che hanno mortificato, svilito la nobile arte della politica e ridotto la Sicilia in questo stato. Ma, questo passa il convento!
Ne valeva la pena? Non sta a me dirlo.
6… Infine, consentitemi una nota intima, perso-nale. Ho dedicato il libro a Jolikè alias Laky Ilona Gyongyver, ungherese radicatasi in Sicilia, mia compagna di vita da 41 anni, “sicula” di Tran-silvania per parte di madre il cui cognome Szekely, secondo il geografo Hubnero, vuol dire “siculo”. (vedi articolo nel testo)
Jolikè merita questo e altro. Con Lei ho condiviso momenti difficili e gioiosi, grandi passioni e ideali di libertà e di emancipazione dei lavoratori, dei giovani e delle donne, dell’umanità, soprattutto di quella più povera e sfruttata dalla quale mi onoro di provenire.
Con Jolikè abbiamo cresciuto due bei ragazzi, Monica e Claudio, che sono la principale ragione della nostra vita.
a.s.

Joppolo Giancaxio, novembre 2012
 

 

Capitolo primo
IL FALLIMENTO DELL’AUTONOMIA

IL DECLINO DELLA SICILIA, IL SUO FATALE ENIGMA
Dentro il circuito dell’illegalità
All’interno di tale prospettiva si dovrà ricollocare il ruolo della Sicilia, grande regione europea e mediterranea, segnata da aspri contrasti e da grandi potenzialità.
Isola - baricentro del Mediterraneo, in passato sede d’incontro fra culture diverse, la Sicilia vanta una storia pluri-millenaria e un ricco patrimonio archeologico e monumentale che ne fanno uno fra i più importanti “giacimenti” culturali del pianeta.
E’ da circa 40 anni che andiamo proponendo, tal-volta in solitudine, un’ipotesi euro - mediterranea per il futuro dell’Isola.
Ora tutti si scoprono “mediterranei”. Anche se, nel migliore dei ca-si, il Mediterraneo è argomento di conversazione, nel peggiore motivo per lucrare sui finanziamenti europei.
In questi decenni, poco o nulla si è fatto per valo-rizzare la naturale vocazione mediterranea della Sicilia e, soprattutto, per superare gli ostacoli interni ed esterni che ne impediscono una sua proiezione dinamica e moderna.
Quest’Isola lenta e dubbiosa verso un “progresso invadente e li-vellatore, battuta dal vento di scirocco che qui giunge impregnato dell’eco torrida di lontani deserti africani”, sembra chiudersi in se stessa, rientrare nel suo fatale enig-ma.
Alla politica è subentrata la cabala per cui coman-da chi meglio riesce a interpretare il mistero.
Una fase difficile, dunque, segnata da una tenden-za al declino, generale e diffuso.
Certo, anche nell’Isola si registrano cambiamenti positivi, ma non tali da allinearla, per redditi e qualità di vita, alle tendenze in atto in altre regioni italiane.
Si tratta, infatti, di poche realtà pregevoli, anche d’eccellenza, che rischiano d’infrangersi contro una sorta di “circuito dell’illegalità”, eretto intor-no all’Isola da forze potenti, che svilisce gli sforzi mira-ti a sviluppare la produzione e una moderna organizzazione dei servizi e delle professioni.
Un declino evidente accelerato da taluni passaggi cruciali, fra i quali il temuto capovolgimento di ruoli fra politica e “poteri forti”, a favore di questi ultimi. Com’è successo un po’dovunque nel mon-do a seguito del prevalere delle pratiche neo-liberiste, la politica ha perduto il suo primato, altre entità si sono insediate al posto di comando.
Con una differenza, però, che in Sicilia a coman-dare non sono le grandi corporazioni multina-zionali ma oscure consorterie locali.
E la palma non potrà più salire…
Nonostante questa specificità, la Sicilia non è una scheggia im-pazzita all’interno di un sistema sano. La sua condizione riflette l’andamento generale della situazione italiana. Esiste, infatti, un legame forte fra l’isola e la penisola, di scambio e di reciproca influen-za colto, a più rip-rese, anche dalla letteratura, soprattutto straniera.
Alcuni esempi. Goethe, nel 1787, addirittura sentenziò: “Senza la Sicilia, l’Italia non lascia alcuna immagine nell’anima: qui è la chiave di tutto”.
Edmonda Charles Roux, premio Gongourt 1966, forse più realisti-camente, ha sottolineato come: “La Sicilia, nel bene e nel male, è l’Italia al superlativo”.
Il pensiero della Roux rende di più l’idea di una Sicilia “eccessiva”, un po’ supponente come quando si propone come “laboratorio politico”, anticipatore delle alleanze politiche nazionali.
Leonardo Sciascia intravide una “linea della pal-ma” che dall’Isola sale verso il nord. Una dolente metafora per segnalare il pericolo di un’espor-tazione del “modello siciliano”verso la penisola.
Punti di vista, naturalmente. Per altro, la profezia sciasciana non potrà più avverarsi giacché le palme non potranno più salire.
Almeno da Palermo, dove stanno morendo, attac-cate da un parassita (il punteruolo rosso) che, come la vendetta di un dio spietato, sta facendo strage dei rigogliosi palmizi, fin dentro il celebre Orto botanico dei Borboni.
Un regime a sovranità limitata
Per queste e altre ragioni, il solco fra La Sicilia e il Paese si è allargato. Il nuovo spazio è stato occupato da un sistema di potere arcaico, fami-listico, parassitario e mafioso che ha bruciato le migliori risorse, umane e materiali, e prodotto una classe dirigente consociativa e autoreferenziale, oscillante fra l’astrattezza politica e il gattopardi-smo deteriore.
Un sistema opprimente che ha generato un regime a sovranità limitata che ha conculcato i diritti fon-damentali dei cittadini, trasfor-mandoli in favori da concedere in cambio di voti e/o di tangenti, e sfumato i doveri dei governanti.
E dire che il molto speciale Statuto di Autonomia, che fa della Sicilia “una quasi nazione”, avrebbe dovuto garantire il massimo dello sviluppo possi-bile.
A differenza di altre regioni a statuto speciale, quali la Val d’Aosta, il Friuli- Venezia Giulia, il Trentino-Alto Adige, la stessa Sardegna, l’Autonomia siciliana non ha prodotto i frutti spe-rati, ha deluso le attese ed ha subito una sorte infelice: in parte non attuata e in parte abusata, stravolta.
Alla base di tale distorsione penso ci sia un equivoco, mai chiarito, che di tanto in tanto riaffiora: l’autonomia invece di uno strumento di autogoverno e di crescita civile ed economica, è stata concepita come surrogato del separatismo, per erigere intorno all’Isola un recinto, una sorta d’anello di fuoco, dentro il quale esercitare uno spudorato dominio e bloccare di là del Faro (di Messina) le innovazioni, i cambiamenti prove-nienti dall’Italia e dall’Europa.
Un secolo di migrazioni
Di conseguenza, oggi vediamo una regione bloccata nel suo naturale sviluppo, avvilita dal clientelismo, dalla disoccupazione, dal lavoro nero, sfregiata dall’abusivismo edilizio e non solo.
Si vive una condizione, per molti versi, insop-portabile, con la quale devono fare i conti, i citta-dini e gli imprenditori onesti, ossia la stragrande maggioranza della popolazione.
In primo luogo, i giovani ai quali restano due sole scelte: adattarsi o fuggire. Una terza via non è praticabile.
Si calcola che, nel quinquennio 2002-07, siano emigrati dall’Isola verso le ricche regioni del nord, almeno 150.000 giovani, in gran parte diplomati e laureati.
Ancora emigrazione! Per i siciliani il novecento è stato il secolo dell’emigrazione.
Sono partiti a milioni verso le più lontane con-trade del mondo e insieme ad altri hanno scritto uno dei capitoli più drammatici della storia universale delle migrazioni.
Si sperava che col boom economico italiano l’esodo si sarebbe interrotto. Invece è ripreso, anche se- nel frattempo- la Sicilia è divenuta terra d’approdo e di (mala) accoglienza per centinaia di migliaia d’immigrati provenienti dal sud del mondo.
Oggi, con la recessione in atto, non sappiamo cos’altro potrà accadere.

Anche Platone se ne fuggì deluso
In questo clima di grave incertezza, molti si chiedono dove stia andando la Sicilia. Verso quale approdo, quale futuro?
La risposta non è facile, anche se l’interrogativo non è più eludibile. Il futuro è il grande assente nell’immaginario dei siciliani.
Un po’ tutti ne avvertono la mancanza: chi parte e chi resta.
Eppure, non si chiede un avvenire mirabolante, ma un futuro da normali cittadini europei, una prospettiva migliore di quest' opaco presente.
Ai siciliani questo futuro è stato negato, rubato perciò preferiscono guardare al passato. Pensano e parlano al passato. Addirittura, nella parlata locale per indicare il futuro si usa il (verbo) presente.
Ostentano un orgoglio, talvolta smisurato, per il loro passato visto come una sorta di eternità volta all’indietro nella quale, come nota Fernando Pessoa “ciò che passò era sempre meglio”.
Ovviamente, l'assenza di futuro non è una de-vianza grammaticale, ma la spia di un disagio psicologico collettivo che nasce dall’esperienza storica e spinge i siciliani a rifugiarsi in un mondo sepolto, mitizzato, ritenuto, più a torto che a ragione, migliore dell’attuale.
C’è chi chiama tutto ciò “pessimismo” inveterato, connaturato. Anche contro Leonardo Sciascia, per il quale la Sicilia era “irredimibile”, fu lanciata tale accusa che lo scrittore respinse con serena fer-mezza: “Come mi si può accusare di pessimismo se la realtà è pessima?”
In realtà, non si tratta di un’inclinazione pessimistica dei siciliani, ma della percezione di un male oscuro che permane nel tempo, fin dagli albori della storia siciliana, già durante la splendida civiltà siculo - greca.
Significativa appare, a questo proposito, la “Settima lettera” di Platone (autentica o meno che sia) nella quale il sommo filosofo chiarisce le ragioni che lo spinsero a viaggiare, per ben tre volte e in condizioni drammatiche, da Atene a Siracusa per aiutare il suo discepolo Dione ad insediare in Sicilia la sua “Repubblica”.
Tentativi falliti, miseramente. Com’è noto, il filosofo, per salvarsi, fuggì precipitosamente dalla Sicilia, portandosi dietro l’amarezza della delusione patita: “Mi sembrava difficile dedicarmi alla politi-ca mantenendomi onesto…”
Insomma, anche nei tempi antichi la vita politica siciliana era piuttosto inquinata. Oggi la situazione è mutata, ma temo in peggio. Se Platone ritornasse per la quarta volta nella Trinacria avrebbe ben altro di cui lagnarsi.
Cambiare si può, si deve
Per concludere. La Sicilia ha un grande bisogno di libertà e di un forte recupero della sua identità culturale e storica che, senza scadere nella velleità indipendentista, per altro dolorosamente spe-rimentata, ridia ai siciliani il senso della loro storia e quindi la responsabilità di costruire un futuro di progresso nella legalità.
Si può fare. Importante è partire, riavviare la ricerca e la cooperazione fra tutte le forze sane dell’Isola che resistono e attendono un segnale di autentica liberazione.
Ma i siciliani desiderano il cambiamento? Talvolta parrebbe di no. Si accetta di vivere, rassegnati, in una società immobile, individualis-ta che tende a escludere i settori più problematici, compresi i suoi figli ventenni.
In realtà, la maggioranza dei siciliani non è contenta di tale condizione, anzi la vive nell’an-goscia, come nell’attesa del crollo.
C’è una contraddizione latente fra consenso politico e spirito pubblico che nasce dallo scetti-cismo verso ogni ipotesi di cambiamento, verso un sistema politico, affaristico e consociativo, tale da far della Sicilia una regione “senza governo e senza opposizione”.
Tuttavia, sperare si può, si deve. Anche attraverso una sorta di autocoscienza collettiva. Tutti devono riflettere.
Anche coloro che rappresentano il “male assoluto”.
A questa gente, ferme restando le responsabilità penali, bisogna provare a chiedere di riflettere sugli errori e sugli orrori commessi, ponendosi dal punto di vista di chi li ha subiti, per capire il dolore degli altri e cambiare rotta.
Soprattutto dovranno meditare e cambiare registro tutti quelli che hanno abusato del potere loro conferito dalla legge e dagli elettori. Alla Sicilia bisogna offrire una nuova chance.
Qualcosa si muove sotto la superficie di questo mare cupo e limaccioso. Si agitano insofferenze e fermenti di cambiamento, s’intravede come una linea di riscatto in emersione attorno alla quale ag-gregare e mobilitare forze e risorse in grado di spezzare il circuito dell’illegalità. Per riprenderci il nostro futuro.
* testo italiano di brani del mio saggio apparso sul n. 68 della rivista francese “Confluénces éditerranée”,Ed.“l’Harmattan”, Paris, febbraio 2009.