Province: meglio abolirle. Di A.Spataro

  Il miglior programma per la provincia? Abolirla.
Una provocazione? Certo, ma non troppo. Personalmente consiglierei questo slogan ai tanti candidati a presidente o a consiglieri delle otto province siciliane dove si voterà il 15 e il 16 giugno per il rinnovo dei loro organismi.
La gente, infatti, non capisce più l’utilità di questa istituzione creata dai Savoia e perpetuata nei secoli, soprattutto per assicurare al notabilato locale uno spazio dove coltivare le loro ambizioni elettorali.
In tanti si chiedono: serve a cosa, o a chi, quest’istituzione?
Dal rapporto fra costi ed utilità sociale dei servizi erogati è agevole costatarne la sua sostanziale superfluità.
Purtroppo, a campagna elettorale inoltrata, non c’è traccia di programmi appropriati, né di un dibattito franco e approfondito sulla grave crisi esistenziale delle province.
Tutti corrono, su manifesti e imbarazzanti gigantografie, verso la conquista di una poltrona in un ente che potrebbe affondare da un momento all’altro.
Da tempo, a Roma si discute dell’eventualità di superare le province. Si tratta, per altro, di un punto di vista trasversale già proposto dal governo Prodi (riforma Lanzillotta) e recentemente ripreso dal neo premier Silvio Berlusconi.
In Sicilia, invece, nessuno ne parla. E dire che le province siciliane non dovrebbero nemmeno esistere giacché sono state formalmente abolite, nel 1946, con l’adozione dallo Statuto autonomistico che, al loro posto, ha indicato i “liberi consorzi fra comuni”.
D’altra parte, in tempi di politica-spettacolo, le idee, i programmi sono divenuti interscambiabili, uno vale l’altro. Oppure ci si rende conto che nel caso delle province c’è ben poco da progettare, semmai tanto da de-strutturare.
Perciò, ritengo che un programma abrogazionista possa risultare più popolare, più attraente, delle tante declamazioni occasionali che promettono chissà futuri meravigliosi per le nostre province.
Probabilmente i candidati proponenti potrebbero conseguire un lusinghiero consenso elettorale.
In giro c’è un malcontento, un disinteresse piuttosto diffusi. Gli elettori andranno a votare stimolati dalle promesse (vacue) dei singoli candidati, ma certo non si aspettano dalla provincia nulla di buono e di socialmente utile.
Agli occhi della gran parte dei cittadini, la provincia è solo un carrozzone clientelare che si caratterizza nel territorio prevalentemente per la dissipazione del denaro pubblico.
Ciascuno può rendersene conto, direttamente. Basta scorrere l’attività della propria provincia durante il trascorso quinquennio.
Accanto a poche cose interessanti, si scoprirà una lunga lista di patrocini, di sponsorizzazioni, di sovvenzioni a favore d’iniziative le più disparate senza logica e senza costrutto: convegni, simposi, spettacoli, sagre di questo e di quello, corse, missioni in giro per il mondo, contributi a pioggia ad enti, centri di studio, accademie, pubblicazioni che puzzano di clientelismo, feste religiose, pubblicità lottizzata per assicurarsi la benevolenza di tv e radio private, uffici inventati (o decentrati) a misura di presidenti, deputati e assessori, ecc.
Il tutto a danno di quei pochi settori dove si esercita il ruolo residuale delle province: la fornitura di locali per alcuni tipi di scuola secondaria e la gestione della rete stradale provinciale.
Molti di questi istituti sono ospitati in vetusti appartamenti in affitto, mentre le strade sono invase dalle sterpaglie e difettano di manutenzione, giacché i cantonieri sono come spariti.
Competenze minime che potrebbero essere agevolmente trasferite, insieme al personale, ad altri enti operanti nel territorio.
Il problema si pone per evitare sperperi e doppioni, sovrapposizioni di ruoli e di competenze ed anche per cominciare a disboscare e razionalizzare la giungla amministrativa creata, negli ultimi decenni, dalla disordinata moltiplicazione di enti e relativi consigli di gestione.
Anche in questo caso la lista è lunga: consigli di quartieri, Ato idrici e rifiuti, distretti industriali, turistici, unioni comunali, Asl, Asi, e una lunga teoria di enti speciali, quanto inutili, che operano sul territorio sulla base del motto “ognuno per se e la regione paga per tutti”.
Insomma, ad ente si aggiunge altro ente, ora anche le società-miste, e quindi nomine a nomine, assunzioni, consulenze, incarichi e quant’altro. Si aggiunge sempre e non si toglie mai, non s’abroga nulla. Nemmeno quella miriade di enti che la legge ha dichiarato “inutili”: sono ancora agonizzanti, guidati da eterni commissari coordinati, dall’anno scorso, da un bel coordinatore nominato dalla regione per ricompensarlo dell’estromissione dalle liste del centro-destra.
Anche questo può capitare, e capita, in Sicilia.
L’Isola corre verso il tracollo finanziario e amministrativo, ma partiti, governanti e deputati guardano altrove. Eppure il disastro è sotto gli occhi di tutti: una macchina amministrativa farraginosa, inefficiente che comporta una spesa insopportabile per i bilanci di regione, comuni e province che, per finanziarla, ricorrono a prestiti onerosi e all’imposizione di tasse e addizionali prelevate dai redditi dei contribuenti onesti. Gli evasori- si sa- eludendo il fisco si sottraggono anche alle addizionali.
Insomma, vivere in Sicilia sta diventando un lusso per ricchi e/o per evasori.
In cambio di servizi sempre più scadenti, le famiglie del ceto medio, in genere monoreddito, le fasce meno abbienti della popolazione devono far fronte ad un’ondata crescente di ticket e balzelli: farmaceutici e sanitari in genere, addizionali Irpef comunali, provinciali e regionali, per i servizi all’infanzia, per scuole e università, Tarsu e quant’altro.
E’ chiaro che così perdurando la situazione il sistema crollerà alla prima vera stretta e sicuramente con l’entrata in vigore dell’auspicato (o minacciato?) federalismo fiscale.
Finché si è in tempo, occorre promuovere una riforma incisiva, funzionale della pubblica amministrazione. E pazienza se ci sarà da tagliare qualche ente inutile.
Agostino Spataro