ANGELO LO VERME.Il paese dei minnifuttu 2(Recensione)

IL PAESE DEI MINNIFUTTU 2
 
Si è conclusa ieri la fortunata messa in scena de “Il Paese dei Minnifuttu 2”, prodotto da “Erbatinta Cantieri Culturali”, che dall’1 al 9 Agosto al Castello Barbacane di Pantelleria alle ore 22.00 di ogni sera per circa un’ora e mezza ha divertito e soprattutto fatto riflettere il pubblico pantesco e non. Nel suggestivo cortile del Castello prima detto, circondato da quattro alte mura di nera pietra e sotto un “soffitto” di scintillanti stelle, su un disadorno palcoscenico l’attore-giullare pantesco (di Bukkuram) Gianni Bernardo a grande richiesta ha messo in scena la continuazione de “Nel Paese dei Minnifuttu” dell’estate del 2008, quando per dieci serate consecutive esaurì i biglietti. Anche in questa estate 2011 il successo è stato strepitoso.
 Con una narrazione teatrale realizzata tutta sul filo dell’ironia e della satira, sempre intelligente e dissacrante, l’attore Gianni Bernardo ha messo in scena la metafora della vita, che prendendo spunto dalla storia recente di Pantelleria si può estendere benissimo a tutta l’Italia che davvero ci appare sempre più come il Paese dei “Minnifuttu” per quel modo tutto italico di accettare passivamente le avventure o disavventure dell’esistenza e del vivere quotidiano, quest’ultimo scandito e regolato da istituzioni che rappresentano magnificamente il pensiero del “minnifuttu” di tutto e di tutti, ove il cittadino che lo pratica diviene inevitabilmente la vittima mentre il rappresentante istituzionale è quasi sempre colui che ci si ingrassa.
 Un detto siciliano fa: “Calati juncu ca passa la china”, “Chinati giunco finché passa la piena”,cioè, piegarsi per non spezzarsi sotto la forza travolgente della piena; ma quando questo piegarsi diventa un’abitudine per il susseguirsi di troppe inondazioni, le fibre del giunco prendono tale forma e non è più capace di rialzarsi poiché corre nuovamente il rischio che voleva inizialmente evitare: quello di spezzarsi. Ormai questo adagio sembra adattarsi a tutta l’Italia se non al mondo intero, giacché non più le tante dominazioni straniere ma ora una più subdola e sottile forma di potente dominazione politica-economica e mediatico-culturale pare sostituirsi all’onda gigantesca della piena. Anche se da qualche tempo alcuni popoli stanchi e affamati di pane e reale libertà cominciano a ribellarsi.
  Già lo scrittore racalmutese Leonardo Sciascia profetizzava l’innalzarsi di quella immaginaria “linea della palma” dal Sud sempre più verso il Nord, cioè di quel clima mediterraneo adatto alla vegetazione della palma che si sposta sempre più su; ma anche linea immaginaria da lui vista come metafora della più deteriore cultura o anticultura meridionale che sale verso il Nord Italia. Infatti, oggi si sa che la malavita organizzata è già ben attecchita nelle regioni del Nord.
 Tornando a “Il Paese dei Minnifuttu 2”, il bravissimo attore comico Gianni Bernardo, come un intelligente e coraggioso giullare che osa dire la verità neanche molto nascostamente con giri di parole di fronte alla corte del re, ha prima ripercorso la storia pantesca recente. Fino agli sessanta a Pantelleria le “magnane” erano  piccole unità agricole di auto-sussistenza a conduzione familiare. Dopo il boom economico di quegli anni queste unità non riuscivano più a garantire un reddito sufficiente per soddisfare le nuove esigenze dettate dal nuovo e più ricco consumismo, cosicché l’isola pantesca si svuotò e le campagne furono abbandonate. Chi restò spostò la propria attività sul nascente e più redditizio turismo. Poi le campagne furono riutilizzate intensivamente con la coltivazione di prodotti tipici panteschi, quali capperi e vitigni di zibibbo da cui derivano il famoso Vino Zibibbo e il rinomato Passito di Pantelleria. Con la sopraggiunta attuale crisi economica però, anche il fiorente turismo è calato (rispetto allo scorso anno il 50 % in meno con una quantità di “dammusi” rimasti sfitti o affittati a prezzi davvero stracciati) e pure i prodotti tipici ne stanno risentendo molto. Cosicché l’attore ironizza sulla ricomparsa sul suolo pantesco di una specie in via estinzione, chinato nuovamente sotto il sole nei tipici terrazzamenti panteschi: il contadino che lavora la sua terra sudando per il sostentamento familiare.
 Poi inscena una serie di divertenti gag che riassumono il pensiero dei Minnifuttu, assai poco lungimirante e unicamente incentrato sul superamento del presente e quindi privo di intelligenti piani per il futuro (concausa dell’attuale crisi economica dell’isola pantesca), quali: “Se la benzina è arrivata a quasi 2 € al litro, chi minnifuttu?! Sempre dieci euro ce ne metto!”. “Se oggi per il mare grosso la nave non parte, chi minnifuttu?! Prendo l’aliscafo, e se anche questo non parte, chi minifuttu?! Prendo l’aereo; e se anche questo non dovesse partire, chi minnifuttu?! Prendo l’autobus, in ogni modo, l’importante è che parto!”.
 Poi riadatta la fiaba di Cappuccetto Rosso e l’ambienta sui paesaggi aridi e assolati di  Pantelleria, dove il Lupo Cattivo, un tipaccio poi non tanto sconosciuto che gira con un macchinone di lusso, circuendo la fin troppo ingenua Cappuccetto Rosso, arriva a divorarsi persino l’ex sindaco pantesco oltre che la tradizionale nonna, e alla fine, “perseguitato” da un cacciatore con la mira troppo fallibile, riesce comunque a farla franca in barba alla giustizia. Metafora dei giorni nostri? Fatto sta che il Lupo mascherato si affaccia a giro dalle finestre soprastanti il cortile dov’è il palcoscenico e il pubblico, e con fare arrogante se la ride di tutto e di tutti con terribili e irrispettosi ghigni. Il giullare fino all’ultimo continua a chiedersi: “Ma si pò sapiri cu era stu lupu?”, “Ma si può sapere chi era questo lupo?”
Angelo Lo Verme