Dibattito Giuseppina Ficarra -Salvatore Vaiana....

Uno scambio di idee con Salvatore Vaiana su Facebook
 
Caro Salvatore, partendo dal tuo Contadino dirigente (*) che si avvale dell’antica saggezza del contadino siciliano mi piace pensare al popolo siciliano del dopoguerra composto prevalentemente di contadini come un popolo saggio e non certo pervaso in larga parte di cultura mafiosa. A tale proposito ci viene in soccorso Giuseppe Carlo Marino
 precisando che non si tratta di una sua colpa o di “una qualche originaria affinità antropologica tra la cultura popolare siciliana e la mafiosità”. La cultura mafiosa del popolo siciliano è effetto di “EGEMONIA”. Cosi scrive infatti Giuseppe Carlo Marino:
 
<<In qualsiasi sistema organico di egemonia, ha ben spiegato Antonio Gramsci, si crea una situazione nella quale le forze egemoni conseguono un’autorevolezza che in genere gli egemonizzati accettano senza obiezioni, tendendo addirittura ad avvalersene e a nutrirsene essi stessi, comunque avvertendo il dominio che li sovrasta come l’espressione di un ordine necessario assimilabile[N1] all’ordine naturale del vivere e del pensare. (……..) Di qui, tramite il comune registro delle tradizioni, si è realizzato un costante travaso al popolo dei valori elaborati e presidiati dai ceti dominanti. (….)
 E furono loro (i baroni e i gabellotti n.d.r.) – pervadendo dall’alto del loro conseguito potere, come si è già ricordato, e giova ripetere, il mondo culturale tradizionalista di una società di poveracci analfabeti – ad “istruire” il popolo, mostrando come l’illegalismo possa generare ricchezza, come dalla ricchezza comunque conseguita, e tenacemente preservata dal poco al molto, scaturiscano le condizioni sociali della “valentia” e del “rispetto” e, quindi, dell’onorabilità e dell’”onore”; e chiamando tutto questo, con enfasi e passione, “Sicilia”. >>
 
Per fortuna, ci ricorda Marino, con Gramsci, esiste la CONTROEGEMONIA e quindi abbiamo i Fasci siciliani e le lotte contadine del dopoguerra di cui ti occupi nel tuo libro.
 
Scrive ancora Marino: <<In seguito, l’aprirsi della democrazia alla storia del socialismo avrebbe esercitato un ruolo determinante nel liberare dalla passività ampie masse popolari (dalle lotte dei Fasci dei lavoratori di fine Ottocento a quelle ancor più drammatiche contro i latifondisti e i gabelloti nel primo e nel secondo dopoguerra) generando una sempre più ampia e capillare consapevolezza sociale dell’oppressione e inducendo contestuali tentativi di riscatto e di liberazione mediante organizzate azioni “antimafia” interne al conflitto tra le classi.>>
 
Ed ecco il punto del discorso di Marino che più mi interessa focalizzare e cioè quello che egli chiama “lo scandalo della Sicilia” .
Scrive Marino
<<Resta comunque da rilevare (purtroppo) che UN’EGEMONIA ANTAGONISTICA non è mai riuscita in Sicilia a prevalere nettamente e, meno che mai, a stabilizzarsi. Il fronte cultura politica progressista+democrazia popolare, nei fatti, è risultato sempre sconfitto. Drammaticamente, spesso tragicamente, sconfitto; lasciando sul terreno centinaia di vittime e di martiri. Ed è questo il più inquietante dei retaggi che la storia siciliana continua a lasciare all’Italia e al mondo, un retaggio tenace che, in altro opera [Marino, 1993] si è già indicato come “lo scandalo della Sicilia” : uno scandalo da non riferire ad un’antimodernità e a un’arretratezza cronicamente tutelate e addirittura rivendicate in nome di speciali “valori” e tradizioni, ma che consiste, piuttosto “nel costante riassorbimento delle spinte innovatrici, e persino dei loro parziali esiti positivi, da parte dell’egemonia politico-culturale della società mafiosa”.
 
Sintetizzando possiamo dire che i tre punti della questione sono:
1)   c’è un popolo siciliano pervaso di cultura mafiosa per effetto di EGEMONIA
2)   C’è stata una contro egemonia che ha dato luogo a lotte popolari contro la mafia di grandi proporzioni
3)   “lo scandalo della Sicilia”, cioè il “costante riassorbimento delle spinte innovatrici, e persino dei loro parziali esiti positivi, da parte dell’egemonia politico-culturale della società mafiosa”
 
Si tratterebbe di un concatenarsi di “verità”, l’una non separabile dall’altra, l’una non spiegabile senza l’altra. Ma se delle tre verità sopra evidenziate una non “funziona” allora potrebbe essere possibile dubitare delle altre?
 
Ecco cosa secondo il mio modestissimo parere non funziona. Non è vero che il grande movimento dei Fasci e l’altro grande movimento delle lotte contadine sono stati RIASSORBITI da parte dell’egemonia politico-culturale della società mafiosa. I contadini siciliani sconfitti non sono stati risucchiati passivamente dalla cultura mafiosa della classe dominante, con buona pace di Gramsci; sono semplicemente EMIGRATI, hanno SCELTO di emigrare. Di questo non trovo traccia in Marino (*). Spero ne parlerà nel libro che a poco dovrebbe essere in libreria. Un MILIONE di siciliani sono emigrati dopo la sconfitta dei Fasci, un MILIONE E MEZZO nel dopoguerra, una vera ferita nel corpo della Sicilia, la cui “onda lunga” come la chiama Umberto Santino, ancora si fa sentire.
 
Giuseppina Ficarra
 
  Ho tratto le citazioni di Giuseppe Carlo Marino dalle bozze del suo libro,” Globalmafia. Come combatterla” che ho scaricato dal   sito dell’università:  http://www.unipa.it/scienzepolitiche/dispense/nuovo_saggio_mafia_globalizzata.doc
 
Commento di Salvatore Vaiana
 
Cara Giuseppina,
il Popolo siciliano anche per me non ha una cultura mafiosa; anzi, è un popolo che ha dovuto combattere la mafia e relativa cultura mafiosa pagando quei prezzi altissimi che sappiamo (come sappiamo, l'antimafia è, a parte qualche rara eccezione, siciliana). 
 
- La cultura mafiosa, purtroppo, ha fatto breccia in settori, minoritari, di società siciliana. Capita, per esempio, che alcuni risolvano le violente controversie personali non attraverso la legge (perchè, dicono, "nu' atri sbirri un ci semmu!") ma rivolgendosi ad intermediari(non necessariamente mafiosi). Capita, per esempio, che si gestisca un'azienda dello Stato come se fosse un feudo personale, facendo affari, minacciando, picchiando (e tutti in silenzio per paura e/o perchè "la cosa nu' n'interessa"). Questi non sono analisi sociologiche, solo due fra i tanti esempi che potrei raccontare tratti da esperienze personali o raccontate da amici e compagni.
 
- Affamatori del Popolo furono i Savoia quanto i Borboni. Ma non ci sono più, per fortuna, nè gli uni nè gli altri. C'è ora la Repubblica, uno Stato democratico e costituzionale (almeno sulla carta), meglio delle teste coronate).
 
- Penso ancora all'Internazionalismo proletario e all'unità di classe fra lavoratori del Nord e quelli del Sud Italia contro la classe dirigente settentrionale e meridionale corrotta, affarista e mafiosa.
- Questo è, in pillole, quello che penso."
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Risposta di Giuseppina:
 
Caro Salvatore,
mi riempie di gioia sentirti affermare che il Popolo siciliano anche per te non ha una cultura mafiosa e che questa é presente in settori, minoritari, di società siciliana. E' quello che ho sempre pensato anch'io e di cui spesso, come sai, mi é capitato di parlare. Sul silenzio per paura ti suggerisco un articolo inchiesta sul pagamento del pizzo che ho pubblicato su spazioamico: (http://www.spazioamico.it/inchiesta%20sulle%20estorsioni.htm). Ci sono i collusi con la mafia, purtroppo, a cominciare dai politici, e Umberto Santino li conta pure! E ci sono i comportamenti che tu descrivi. Su questi io da tempo invito quelli che hanno qualche decennio meno di me a fare una analisi descrittiva di tipo "scientifico". (Qualcosa é stato fatto dalla rivista del centro "Pio La Torre" oltre che dal sociologo Giovanni Lo Monaco: http://www.spazioamico.it/Giovanni_Lo_Monaco.htm e Alessandra Dino). Potremmo scoprire che cultura mafiosa (sempre parlando di persone che non hanno rapporti con mafiosi) e berlusconismo sono interscambiabili! (Vedi per esempio il ricorso alla raccomandazione: Illuminante l'articolo di FILIPPO CECCARELLI "Nella repubblica dei raccomandati Lo è un italiano su due" e varie altre inchieste).
 Ché la cultura veramente mafiosa, quella, caro Salvatore, i mafiosi ci tengono a "mascherarla" per essere accetti nella società. Ne ho parlato nel mio scritto "Parliamo di familismo amorale", se ti ricordi. Quali possono essere i codici culturali dei mafiosi? Acquisire potere e ricchezza, perseguire i propri scopi a qualunque costo, anche con il delitto e la strage!
 
 
 
 
 
(*) Salvatore Vaiana Il contadino dirigente
 
 
Anche Giuseppe Carlo Marino ha commentato la nota "Sognando la rivoluzione" di Salvatore Vaiana.
 
Giuseppe Carlo ha scritto:
"Ti sono davvero grato, cara e paziente Giuseppina, per l'attenzione che dedichi ai miei scritti. Prendo nota anche della tua sollecitazione sul rapporto contadini-movimento dei Fasci. Non ho parlato del dramma dell'emigrazione perché nell'economia di "Globalmafia" la parte dedicata alla storia siciliana consiste in una sessantina di pagine che fanno da premessa all'analisi dei processi della proliferazione mafiosa nel quadro della globalizzazione. Il libro ha una sua forma particolare, che non direi canonicamente storiografica. E', e vuole essere, come vedrai, un "libro di battaglia" che si propone come un Manifesto per un'Internazionale antimafia (un'idea che condivido con Antonio Ingroia, sulla scorta di un lavoro politico-culturale svolto in America latina). Data la sua impostazione e date le sue finalità, non mi sarebbe stato possibile dilungarmi su eventi e processi storici siciliani dei quali mi sono occupato ampiamente in altre opere.    In "Globalmafia" (la cui prima parte è sostanzialmente quella che già conosci e citi generosamente) mi sono limitato a segnare le linee dinamiche fondamentali della dialettica egemonia-controegemonia. E, se è vero come non potrebbe che essere, trattandosi di un processo dialettico, che affermazione e negazione si superano in sintesi che comprendeno entrambi i termini, è pur vero che nelle nuove sintesi l'esperienza talvolta tanto epica quanto drammatica del movimento contadino si è largamente depotenziata. Ma non vorrei qui né aprire una polemica con te, né accedere al mito di una cultura contadina "rivoluzionaria". Il movimento contadino diventò finalmente capace di sollevarsi dalla condanna ad uno sterile e subalterno riformismo (cattolico e socialriformista) soltanto quando fu corroborato e guidato dalla cultura del movimento operaio introdottavi dal Pci nell'orizzonte strategico Nord-Sud della cosiddetta alleanza operai-contadini (Lenin, Gramisci e, nell'azione concreta, Mommo Li Causi).
Spero che potrai leggermi e magari incalazarmi con nuove critiche leggendo, a fine gennaio, l'intero testo a stampa del Manifesto. E spero che contribuirai a diffonderlo. L'ho scritto, infatti, non per una vanità accademica, ma per un'iniziativa intorno alla quale la Sinistra potrebbe ricostiuire una sua specifica identità, ben al di là della nostra Sicilia.
Un caro saluto e ancora auguri di buon anno."
 
 Premesso che non esiste un movimento contadino che prima é impregnato di una cultura di subalterno e sterile riformismo poi emancipato dalla cultura del movimento operaio introdotto dal PCI, ma sono esistiti momenti di lotta e di elaborazione di obiettivi di volta in volta riferiti a situazioni concrete, é bene ricordare che la direzione del PCI non fu affatto entusiasta delle occupazioni delle terre predicate da Mommo Li Causi perché anche allora, così come ora c'é chi non vuole rompere con Marchionne e ne cerca l'alleanza, c'era chi non voleva rompere con i grandi proprietari terrieri siciliani. Per cui il movimento per le occupazioni delle terre che veniva dalla cultura contadina siciliana e mondiale non ebbe adeguati appoggi politici dalla sinistra italiana e finì sconfitto nonostante la sua enorme ampiezza e non soltanto a causa della cattiva qualità delle terre distribuite dalla riforma agraria. Da notare che la memoria di Mommo Li Causi (*) non mi pare sia viva tra i comunisti nonostante sia stato un grande martire del fascismo e fondatore del pci siciliano.
(Giuseppina Ficarra)

 
Pietro Ancona
 
Dal dibattito molto stimolante sono indotto a fare qualche riflessione sui contadini, sulla loro cultura e sul movimento contadino. Intanto il movimento contadino non è una entità che esiste sempre. E' stato un momento della storia della Sicilia che ha prodotto tanta cultura da impregnarne la sinistra per oltre un trentennio    conclusosi con una sconfitta dovuta ad una riforma agraria che ebbe l'unico merito di frantumare il latifondo ma non di distribuirne equamente il possesso ai contadini che lo coltivavano. Renda sostiene che è stato comunque di fondamentale importanza perché ha aperto le porte all'era moderna chiudendo il medioevo siciliano. Una volta ero d'accordo con questa affermazione. Ora, credo che la modernità nella quale viviamo
non è la migliore possibile se è vero che tutta la classe agricola e non solo i contadini sono oggi soggetti ad uno sfruttamento dell’ipercapitalismo di chi controlla i mercati di sbocco per cui un chilo di farina vale meno di una tazzina di caffè al bar ed un chilo di arance sono cedute dal produttore a 5 centesimi (con tutte le conseguenze sulla manodopera che non ricava più di venti euro al giorno per giornate interminabili di lavoro). (Vedi vertenza del pastori sardi e dei produttori di latte della pianura padana).
Mi viene anche da pensare che le uniche volte nella storia del mondo in cui la campagna vinse la città sono state la rivoluzione messicana e quella dei comunisti cinesi guidati da Mao. In generale la città ha sempre avuto il sopravvento sulla campagna esercitandovi la sua egemonia con lo scambio ineguale tra prodotti agricoli e prodotti industriali sia sul piano interno che su quello internazionale.
 Ma oggi la rivoluzione comunista di Mao con la sconfitta della banda dei quattro ha generato un Mostro nazicomunista che sta facendo della Cina il più grande Santuario del Capitalismo amministrato da un Partito che si dichiara Comunista ma che crea miliardari e colonizza il pianeta in concorrenza con l'Occidente.
Ma sto divagando e per tornare al tema ritengo che i contadini siciliani specialmente i braccianti furono in grado di produrre un movimento antagonistico per la terra e contro la mafia perchè percepivano i mafiosi come loro oppressori o strumenti di una oppressione di classe nei loro confronti. I contadini siciliani non sono mai stati mafiosi ed essendo stati la stragrande maggioranza del popolo siciliano si può affermare con orgoglio che la Sicilia pur avendo il tumore mafioso non è mai stata contaminata da esso. Infatti l'infezione mafiosa non esce mai dall'habitat malavitoso non avendo forza culturale
 per egemonizzare nessuno. Può esercitare una prevaricazione con la violenza del mitra e della lupara ma mai diventare "sentire comune" di una popolazione.