Cento passi a Cinisi, trenta anni dopo. Di U.Santino

Cento passi a Cinisi, trenta anni dopo

                                 di Umberto Santino *

Da quel 9 maggio del 1978, quando furono trovate le briciole del corpo di Peppino Impastato, nelle iniziative che ogni anno abbiamo svolto per ricordarlo abbiamo sempre cercato di evitare le liturgie delle commemorazioni. Nel 1979, nell'anniversario dell'assassinio, abbiamo indetto la prima manifestazione nazionale contro la mafia. Nel corso degli anni '70 la mafia con i traffici illegali si era diffusa a livello nazionale e internazionale, eppure, andando in giro per l'Italia per preparare la manifestazione, ho incontrato volti che esprimevano sorpresa e incredulità: la mafia non era ormai un genere di antiquariato. Il traffico e il consumo di droghe erano dilagati sul territorio nazionale, il denaro sporco si riciclava nei circuiti finanziari, ma la percezione si aggrappava a uno stereotipo: la mafia come residuo arcaico, in via di sparizione, se non già estinto, con un mondo da museo etnografico. Ci sarebbero voluti le mattanze, i grandi delitti e le stragi degli anni '80 e '90 per portare la mafia alla ribalta nazionale. Ma sempre come emergenza delittuosa, a cui rispondere con leggi e provvedimenti che più che fondare un progetto organico si ponevano come legislazione eccezionale, in risposta all'escalation della violenza. La legge antimafia del 13 settembre 1982 veniva dieci giorni dopo il delitto Dalla Chiesa, con 150 anni di ritardo rispetto alla realtà, le altre leggi dopo le stragi in cui cadevano Falcone, Morvillo, Borsellino e gli uomini di scorta. Se non ci fossero stati quei delitti non ci sarebbe stata la reazione delle istituzioni, non ci sarebbero stati il maxiprocesso e gli arresti e le condanne che interrompevano una lunga tradizione di impunità. Ma anche le condanne si sono fermate agli esecutori e alla cupola mafiosa, disvelata dalle dichiarazioni di Buscetta, lasciando in ombra i «mandanti esterni». Si ripeteva, per le stragi di Capaci, di via D'Amelio, di Firenze e di Milano, il copione di Portella, un canovaccio buono anche per le stragi di Piazza Fontana, di Brescia, della stazione di Bologna. L'Italia è un Paese in cui la violenza, variamente abbigliata, è stata una risorsa a cui ricorrere quando il conflitto sociale e politico non era governabile per altre vie e gli scheletri negli armadi fanno parte del paesaggio nazionale. Si è strutturato un sistema di potere intriso di illegalità, legittimata dall'impunità. Ma negli ultimi anni si è andati oltre ogni limite di decenza: nel mezzo secolo di dominio democristiano i rapporti con la mafia c'erano ma venivano negati; ora uomini come Dell'Utri li ostentano, consacrando come eroi capimafia ergastolani e come valore l'omertà. Il berlusconismo non ha pudori. E siamo solo all'antipasto del Berlusconi 4. Quest'anno, nel trentesimo anniversario dell'assassinio di Peppino, di cui sono ormai noti i responsabili (nel 2001 e del 2002 sono stati condannati come mandanti Badalamenti e il suo vice e la relazione della Commissione antimafia ha individuato le responsabilità di uomini della forze dell'ordine e della magistratura nel depistaggio delle indagini) riproponiamo una manifestazione nazionale per fare il punto su mafia e antimafia e rilanciare un progetto. Cosa nostra ha ricevuto dei colpi durissimi, ma i rapporti tra mondi criminali e contesto sociale, soprattutto con l'economia e la politica, godono di ottima salute. Cuffaro, nonostante la condanna per favoreggiamento, è stato eletto al Senato; Dell'Utri, nonostante la condanna per concorso esterno, è tornato in Parlamento. Gli inviti all'autoregolazione non sono stati presi in considerazione. Se non si stabilisce tassativamente che chi è rinviato a giudizio o condannato per mafia e altri reati non può accedere alle istituzioni, si continueranno a fare buchi nell'acqua.
L'accumulazione illegale ha raggiunto livelli da multinazionale, anche se le stime correnti mi lasciano perplesso, ed è sui terreni del potere e della ricchezza che si costruiscono alleanze e blocchi sociali. Se non si spezzano questi rapporti, che vanno dagli strati popolari alla «borghesia mafiosa», si potranno colpire le organizzazioni criminali ma non la radice della loro persistenza.
Parliamo di questi temi nei forum che si svolgono a Cinisi (da ieri all'11 maggio), confrontando idee ed esperienze, dal lavoro nelle scuole all'antiracket, all'uso dei beni confiscati. Riprendendo il percorso di Peppino Impastato. La sua radicalità è una scelta obbligata, se non vogliamo limitarci alla cattura dei padrini e affrontare un problema che va di pari passo con i processi di finanziarizzazione e con le forme di legalizzazione dell'illegalità che marchiano le dinamiche del consenso e generano la criminalizzazione del potere, che sa soltanto autoassolversi.

* presidente del Centro Siciliano di Documentazione «Giuseppe Impastato»

su Il Manifesto del 09/05/2008