Lettera aperta ai G.D. Padovani di L.Ficarra

Questa è la lettera che ho scritto ai g.d. padovani, e che ho inviato anche nella mailing list nazionale, ritenendo che possano in particolare interessarvi alcuni accenni fatti in merito alla debacle della sinistra.

Sono passati sei anni da quando, nel gennaio 2002, costituimmo qui a Padova l’associazione dei giuristi democratici, provenendo alcuni dei promotori, me compreso, dalla positiva esperienza di “Iniziativa Democratica Forense”.
Grazie all’apporto di molti, fra i quali ricordo in particolare, con riferimento al primo periodo, Carlo e Luciano, è’ stato un periodo di crescita, di dibattiti e di iniziative varie, dentro e fuori il Tribunale, che è il luogo di <<lavoro>> dei più. Possiamo dire, al di là delle differenze che ci segnano, che abbiamo concorso tutti assieme alla creazione di una forte associazione di giuristi di sinistra capace di svolgere lavoro politico e culturale. Basti richiamare le riuscite e partecipate iniziative – ( specie il convegno con la Carlassare e Campo) – sulla difesa dell’art. 11 cost., più volte violato con le partecipazioni alle guerre in Iraq ed Afghanistan, e di recente con le decisioni di aderire allo scudo spaziale e di raddoppiare la base USA di Vicenza; sull’ordinamento costituzionale e contro il progetto della destra di stravolgerlo, con Lanaro, Calogero, Gallo e Carlassare; su Mafia e Politica con “Libera” e Caselli; contro la precarietà del lavoro, con Alleva, Cester, Nicolosi ed altri della cgil; la partecipazione ai dibattiti organizzati in occasione del referendum del 2003 sull’art. 18 Statuto Lavoratori, con raccolta delle firme sia fuori che dentro il Tribunale; le diverse lezioni sulla Costituzione che abbiamo organizzato in alcune scuole superiori di Padova; la partecipazione di molti associati al proficuo lavoro degli avvocati di strada; la nostra attiva ed organizzata presenza nel Comitato in difesa della Costituzione per il referendum del 2005 ed anche successivamente, qui a Padova e nei diversi convegni tenutisi a Firenze; la presenza continua di molti iscritti nei dibattiti a <<ora legale>> presso Radio Cooperativa, fra i quali quello recente sul “femminicidio” con la Barbara Spinelli; il contributo che alcuni di noi hanno dato, con note pubblicate pure sul sito dei g.d., al dibattito apertosi sul c.d. <<decreto Bersani>> ed anche in merito alla grave questione del razzismo imperante, anche qui nel Veneto, nei confronti degli immigrati.
- La nostra non è, come abbiamo più volte sottolineato, un’associazione in difesa degli avvocati, un loro sindacato, ma un’associazione di giuristi democratici, cui partecipano magistrati, professori, semplici cittadini, personale giudiziario ed anche, oggi in prevalenza, molti avvocati. In riferimento a questi ultimi è sorta fra di noi, sia di recente che in passato, una discussione animata sul seguente punto : se un legale, che aderisce all’associazione dei giuristi democratici e quindi ai suoi valori fondanti, dall’antifascismo alla lotta per la legalità e quindi in particolare contro la criminalità politico-mafiosa, possa accettare la difesa di un mafioso dichiarato e-o di un dirigente fascista. Personalmente ritengo con fermezza di no, fatto anche presente che non esiste nel nostro ordinamento, come pure in Francia ed in USA, un astratto dovere di accettare, da parte sua, qualsiasi incarico gli venga offerto. Come ben scrivono Gianaria e Mittone in “L’avvocato necessario” (Edizione Einaudi, 2007, recensito da Caselli in “L’indice dei libri”, n. 3/08), <<non vi è dubbio che l’avvocato come cittadino sia legato a principi e valori individuali, influenzati dagli ideali e .. dall’ideologia; e .. che tale bagaglio può portarlo a rinunciare a taluni incarichi (e-o, va da sé, non accettarli)>>, e gli stessi autori dicono, a mio avviso giustamente, che “l’adesione generica alle ragioni del cliente per solidarietà con i motivi dell’agire … si estrinseca nell’appoggio alle (sue) ragioni ideali. E’ questo il caso - aggiungono - di alcuni processi politici, delle difese sui temi dell’ambiente, la salute e la posizione dei lavoratori, del contrasto rispetto ai poteri economici e aziendali, della tutela di cittadini rappresentanti categorie speciali specifiche (ad esempio risparmiatori, consumatori)”. Tutto ciò ritengo sia in particolare da tenere presente per un legale che ha compiuto la libera scelta politica di aderire alla nostra associazione. Per questi motivi mi trovo concorde con quanto scritto da Roberto Lamacchia nella lettera allegata in file alla e-mail inviatavi il 4 marzo scorso. Specie dove scrive che <<c’è un limite a tutto, per un giurista democratico>>, riferendosi, come esempio, alla decisione di Canestrini, da egli criticata, di difendere un ufficiale delle SS; e laddove ricorda che <<ritrovare un comune sentire democratico tra i giuristi … rappresenta proprio l’obiettivo da cui è partita la creazione della nostra associazione>>, e aggiunge che <<uno dei principali ragionamenti che facevamo con Desi era quello di dimostrare che era possibile fare l’avvocato in maniera diversa da come veniva recepito dall’opinione pubblica>>, cioè come colui che spesso vende la propria coscienza al miglior offerente (Dostojevskjj). E condivido l’amarezza con cui Lamacchia sottolinea nella sua lettera che <<forse non ci siamo riusciti, ma - aggiunge - credo giusto continuare a battersi per quell’obbiettivo>>. Che è quanto ha affermato, con la forza e la passione ideale che la anima, la compagna Elena Coccia, dell’esecutivo nazionale, nella riunione del direttivo del 1° marzo scorso a Napoli : <<occorre che ci siano dei paletti>>. Nell’intervento fatto in Tribunale il 21 ottobre 2006, a nome dell’associazione, per ricordare la figura di Giorgio Ambrosoli, così dicevo : <<quando nel gennaio 2002 costituimmo qui a Padova l’associazione dei giuristi democratici, fu naturale per noi scegliere per essa il nome di Giorgio Ambrosoli. Una motivazione non politica – diverso essendo stato il suo orientamento di liberale vecchio stampo – ma essenzialmente morale. Egli costituisce l’esempio di un avvocato che, in tutta la sua attività e, quindi, anche in quella ultima di Commissario liquidatore della Banca Privata Italiana di Sindona, dal settembre 1974 al luglio 1979, quando venne assassinato, si batté sempre per la difesa del principio di legalità, rendendosi, così soltanto, partecipe vero della giurisdizione. Quel che dovrebbe fare ed invece molte volte oggi non fa chi svolge tale professione>> (in “Ricordi”, pubblicato nel gennaio 2008). – Continuare a battersi per l’obiettivo di cui parlava e parla Lamacchia è l’augurio che faccio al nuovo direttivo che verrà eletto nella prossima assemblea degli iscritti del 21 aprile prossimo, ed al nuovo Segretario/a e nuovo Presidente che il direttivo sceglierà nel proprio seno ai sensi dell’art. 17 dello Statuto. La volta scorsa, sollecitato in particolare da Carlo, avevo accettato la proposta di candidarmi ancora almeno come Presidente dell’associazione, oggi dico subito che non è possibile, perché è giusto ed anche necessario vi sia un ricambio generazionale - (io fra non molti mesi compio 70 anni) –, sì che nuovi compagni svolgano in pieno il ruolo di dirigenti, assumendosi l’onere delle responsabilità primarie.
- Le recenti elezioni politiche hanno segnato una gravissima e pesante sconfitta storica della sinistra, tale da non essere oggi essa più rappresentata in Parlamento. La questione, come appare anche dal dibattito apertosi in mailing list, indubbiamente ci riguarda, essendo la nostra un’associazione di sinistra per le chiare ed aperte scelte fatte sin dalla sua origine in tutte le questioni attinenti la politica del diritto, anche internazionale, di cui sé occupata. Le ragioni di tale deblacle sono molteplici e la loro analisi completa richiede un serio approfondimento, che non è certamente compito della nostra associazione di giuristi esaurire. Ritengo personalmente, comunque, limitandomi a degli accenni, che occorra risalire alla perdita dell’egemonia culturale a datare dall’inizio degli anni ’80, da dopo la sconfitta storica della lotta operaia alla Fiat. Furono gli anni del craxismo trionfante coincidenti a livello internazionale con la possente sfida economico-militare lanciata dagli USA con l’amministrazione Regan per piegare economicamente l’URSS; anni che segnarono in Italia una riconquista dell’egemonia, prima a livello culturale e poi politico, della destra, con la rivisitazione-riabilitazione della cultura del ventennio e la legittimazione del MSI, con la battaglia ideologica contro la prevalenza della cultura del lavoro - (decr. Craxi del 1984 sui punti di contingenza aboliti e successivo referendum in cui fummo sconfitti) - per quella dell’impresa e del liberismo economico; anni che poi si chiusero con l’implosione dell’Unione Sovietica, il cui regime politico, per quanto mi concerne, da antistalinista convinto avevo da sempre criticato. Venendo al periodo più recente vediamo come la riconquista dell’egemonia politico-culturale della borghesia capitalistica, anche attraverso il fenomeno del berlusconismo, che investe l’intera società (vedi il bel film di Moretti “Il Caimano”), porti la direzione maggioritaria della cgil, [sindacato che nel 2003 aveva raccolto ben cinque milioni di firme contro la c.d. legge 30 Maroni-Biagi (poi d.lgs. 276/2003), ed a favore di un progetto di riforma quasi uguale a quello poi presentato da Alleva l’anno scorso], a prendere, vigente il governo Prodi, le distanze dalla grandiosa manifestazione contro la precarietà del lavoro del 4 novembre 2006. Fu l’inizio del cedimento che condusse infine la segretaeria della cgil a firmare l’anno scorso il protocollo di accordo sul welfare col governo e la confindustria, trasformando poi il blindato referendum tra i lavoratori in un voto per il governo; cedimento che si trasmise ai partiti della c.d. sinistra radicale, che dovettero fare “propria” la giustamente prima vituperata legge Maroni. In tal modo si approfondì un vero e proprio fossato con la fascia più disagiata dei lavoratori, molti dei quali, per protesta, si sono astenuti o hanno anche votato qui nel nord, disorientati, per la Lega e-o per Berlusconi. Ed ora la cgil, d’accordo con cisl ed uil, si dichiara financo disposta ad accettare la richiesta da tempo avanzata dalla confindustria di dare ai ccnl la sola funzione di recupero, peraltro parziale, dell’inflazione, assegnando unicamente alla contarattazione integrativa, che riesce ad investire appena il 30% circa delle aziende, gli aumenti del salario reale, legando pure questi ultimi alla produttività, intesa come intensificazione dei ritmi lavorativi e quindi del saggio di sfruttamento. Tutto ciò in una situzione di concorrenza internazionale sfrenata da parte del capitalismo asiatico, indocinese in particolare - (l’ndiano Vidal, solo per fare un esempio, ha acquistato l’industria dell’acciaio francese, e in India il salario medio è inferiore ad un quinto di quello praticato in Francia). In tale situazione, la Lega si è fatta principale interprete, facendo proprie le tesi di Tremonti, di una linea di poltica economica tesa a tutelare, col protezionismo ed il colbertismo, in particolare le piccole e medie imprese dove non sono stati compiuti investimenti di innovazione tecnologica; e nel contempo, sostenendo una politica di stretto contenimento salariale e quindi di maggiore sfruttamento, è riuscita, con abile scelta culturale ed ideologica, indubbiamente di carattere razzista e fascista, ad indirizzare il profondo disagio materiale ed esistenziale dei lavoratori non contro i padroni, bensì contro gli immigrati, presentati come nemici da perseguire. Qui a Padova abbiamo avuto, or non è molto, il gravissimo episodio, da noi denunciato alla Procura, della profanazione del terreno destinatao alla costruzione della Moschea; e l’ultimo grave caso di razzismo violento si è avuto non molti giorni fa con lo sgombero a Milano del più grande campo sosta rom che c'è in Italia, (la quale, come è noto, è stata pure condannata ex art. 31 della carta sociale europea per le modalità degli sgomberi, con lesione dei diritti fondamentali degli stessi Rom). - Lo sbandamento, a fronte della sopra accennata crisi interrna ed internazionale, non è stato solo della cultura e della politica della sinistra : basti pensare a come è stato emanato e pubblicizzato da parte del governo Prodi, quasi facendo propria la cultura leghista, il decreto sulla c.d. <<sicurezza>> contro gli immigrati, mentre sui posti di lavoro continuavano e continuano, con la martellante ed immutata frequenza di due-tre al giorno, gli assassini bianchi; e, per fare un altro grave esempio, rilevo che un liberale dello spessore di Paolo Mieli, direttore del Corriere, si è mostrato ieri sera, all’Infedele, succube della politica razzista della Lega, dicendo, con un serafico sorriso, che era un’innocente metafora quella usata da Salvini, dirigente della Lega Nord, accusato da Gad Lerner di aver assimilato sprezzantemente i rom ai topi, allo stesso modo in cui i nazisti appellavano gli ebrei ed i rom 60 anni fa. Da ciò si comprende a che è punto è arrivata e quanto si è estesa l’egemonia culturale della destra. Cosa che certo non esime da responsabiluità la sinistra, semmai l’aggrava; ma ci dà il quadro della situazione in cui è avvenuta la sua disfatta.
- Il nuovo governo Berlusconi promette una aperta politica reazionaria all’insegna del motto padronale <<ordine e legge>>, scelte economiche sulla scia del colbertismo propugnato da Tremonti con conti salati solo per i lavoratori, un indirizzo culturale che non disdegna il “manuale fascista delle ronde padane” e che si ispira alla lotta contro i musulmani e gli immigrati tout court; nel campo della giustizia annuncia che verrà operata la separazione delle carriere, così da poter finalmente assicurare, come in Francia, un controllo dell’esecutivo sulla magistartura requirente; nel settore del diritto del lavoro promette alla confindustria l’abolizione dello Statuto dei Lavoratori (legge 300/70), come autorevolmente auspicato da dirigenti del PD della taglia di Ichino, Calearo, Colanino ed altri, oltre che dai radicali Pannella e Bonino; la mafia avrà assicurata una vita tranquilla sotto la protezione del primo ispiratore e sodale del Caimano, Marcello Dell’Utri, eletto, alla pari di Cuffaro, fra i legislatori come senatore, e sarà più rispettata ora che Mangano, lo “stalliere” di Arcore, è stato da lui, Dell’Utri, elevato sull’altare degli eroi nazionali. - La carta più importante annunciata da Berlusconi è quella della riforma della Costitutuzione, non solo, come accennato prima, con la separzione delle carrire dei magistrati, ma anche con quella centrale dell’instaurazione di una repubblica di tipo presidenziale, secondo il modello gollista, come è stato auspicato pure dal PD, tramite Franceschini e Veltroni : una riforma molto vicina a quella che era stata disegnata ed in gran parte approvata, prima del naufragio dell'esperimento, nella <<Bicamerale>> presieduta da D'Alema, non a caso abilmente richiamata l’altro ieri da Berlusconi nella sua conferenza stampa a reti unificate. Riforma che sarebbe profondamente sbagliato pensare abbia un carattere solo tecnico, neutro, che non incide sulla democrazia, come più volte, ricordo, ripeteva Craxi e ripete ancora oggi Cossiga. Tutta la storia costituzionale ci dice esattamente il contrario; e proprio per questo motivo, assieme ai giuristi di sinistra, primo fra tutti Gianni Ferrara, (di cui ho inviato l’altro giorno un recente scritto sull’argomento), conducemmo una dura opposizione alla proposta emersa nella succitata <<Bicamerale>>.
- Osservo infine che un Parlamento in cui non c’è la presenza dei diretti delegati della classe operaia mostra, in termini di puro diritto, una democrazia monca, che non può certo restringersi ed esaurirsi a ciò che oggi è in esso rappresentato. Invero, come insegnava anche Galvano Della Volpe in “La libertà comunista”, non cè democrazia senza conflitto, il quale ha una funzione insostituibile nella società, consentendo l’espressione del disagio sociale e, in periodi non rivoluzionari, quale il presente, la mediazione politica. Checché ne pensino Veltroni e Montezemolo, che proclamando il superamento della lotta di classe vogliono convincerci della validità della teoria interclassista, della collaborazione fra operai e padroni, uniti da un presunto "comune" interesse, come nell'apologo di Menenio Agrippa. Annullando in tal modo ogni sostanziale differenza fra i due maggiori partiti che vi sono oggi in Italia, senza peraltro tener conto che la realtà è più testarda della vuota teoria. Comunque, noi dal pensiero giuridico democratico più avanzato attingiamo il sapere che la democrazia, come articolazione e diffusione del potere in tutte le cellule della società, è una forza più ampia, forte, vitale e vasta rispetto alle sole sedi istituzionali di rappresentanza : essa, invero, deve affermarsi con maggior forza che non nel passato nei luoghi di produzione e di servizio, come momento di unificazioe diffusa del lavoro sociale frantumato, per rivendicare ed imporre le ragioni ed i diritti dei lavoratori. E’ questo il compito al quale a mio avviso dovrà dedicare tutte le sue energie la sinistra oggi extraparlamentare, ed al quale noi giuristi democratici dobbiamo fornire strumenti di analisi tecnico-giuridica sul piano sia teorico che pratico.
- Al nostro interno in particolare, come ha scritto di recente il dirigente dei g.d. di Roma, Cesare Antetomaso, col quale concordo, il dialogo deve essere aperto con tutti coloro che fanno proprio il programma che l’associazione si è dato. “Senza dimenticare – egli dice - le nostre fortissime critiche al programma del PD in tema di diritti e giustizia, forse opera di Di Pietro”; ed in particolare, aggiugo io, la dichiarata propensione di detto partito per una riforma della Costituzione di tipo gollista ed il favore espresso per il referendum “Guzzetta”, che come ci ha spiegato Domenico Gallo ci darebbe una legge elettorale peggiore di quella scritta dal fascista Acerbo.
- L’importante è che il nostro impegno rimanga sempre critico e vivo e per quanto mi riguarda cercherò di essere fedele a questa promessa specie all’interno dell’associazione e non solo.
Padova 17 aprile 2008
luigi ficarra