SEGNALATO DA GIUSEPPINA - Dal mondo del lavoro: il posto fisso

 

 

Il posto fisso.di Gianni Rinaldini (segnalato da Giuseppina)

Il punto di vista del lavoro
Il ministro Tremonti si schiera a difesa del posto fisso,dichiarando che la stabilità del lavoro è un obiettivo fondamentale. È evidente la strumentalità, che nulla toglie al fatto che il problema è posto. In questi anni abbiamo costruito piattaforme e accordi per limitare i danni di normative italiane e europee che vedono nella flessibilità massima il motore della competitività d'impresa e fanno della precarietà l'elemento caratteristico del lavoro moderno. Abbiamo visto il moltiplicarsi nelle fabbriche e negli uffici dei più svariati rapporti di lavoro. Rapporti di lavoro più o meno ufficialmente dipendente, donne e uomini con la stessa mansione e diritti differenti che lavorano fianco a fianco, con l'intenzione di usarli gli uni contro gli altri attraverso il ricatto minaccioso della perdita d'occupazione.
Abbiamo fatto i conti con il cinismo delle imprese, che posizionano gli organici a tempo indeterminato al livello più basso e ricorrono agli innumerevoli contratti a termine e a collaborazioni lunghe anni per gestire la normalità della produzione; lavoro pubblico, scuola, sanità, tutti beni essenziali e certamente diritti per la cittadinanza che non dovrebbero essere a termine, sono in gran parte affidati a lavoratrici e lavoratori precari. La libera scelta del padrone sul punto fondamentale, e cioè quanto dura la tua occupazione, è stato considerato l'elemento strategico per abbattere i costi e avere successo sui mercati internazionali; si è tolto valore al lavoro, alle professionalità, mettendo tutti a concorrere sul prezzo più basso. E poi, con la crisi, ci si accorge che i precari vanno a casa per primi, che non sono più ragazzini, e magari si attacca l'egoismo dei garantiti che hanno gli ammortizzatori sociali grazie ai quali si rallenta la strada verso la disoccupazione. Mondo del lavoro contro mondo del lavoro, per frantumarlo e indebolire la capacità di reazione.
Ora, un autorevolissimo ministro della repubblica dice che non va bene, e che quindi le leggi degli ultimi anni sono sbagliate. Il tavolo è aperto di per sé da questa affermazione e il sindacato deve essere pronto a svolgere il compito che gli compete, se non pensiamo che il governo abbia il diritto di fare tutto da solo, azione-critica-soluzione; c'è un punto di vista del lavoro dipendente da rappresentare e che rifiuta di essere usato per campagne più o meno mediatiche.
Le basi per la proposta ci sono. Il lavoro a tempo indeterminato deve tornare a essere a tutti gli effetti la regola, e i contratti a termine una eccezione, come è sempre stato previsto dal giuslavorismo e come ha scritto sul manifesto Gianni Ferrara. La flessibilità non può essere potere sulle persone, ma deve tornare a essere un elemento di normalità regolato da leggi e contratti: l'incertezza dell'occupazione deve avere una fine. Bisogna abbattere la precarietà, il lavoro come carità. Bisogna riunificare condizioni di per sé identiche ma strumentalmente disperse, impedendo alle imprese di giocare su un'infinità di rapporti di lavoro con scale diverse di diritti. Per questo ci vuole un solo rapporto di lavoro diverso da quello a tempo indeterminato, con causali specifiche di straordinarietà. E insieme bisogna ristabilire l'uguaglianza sui diritti collegati al lavoro, a partire dall'estensione degli ammortizzatori sociali e dalla tutela contro i licenziamenti individuali a tutte e tutti, dagli artigiani alle grandi fabbriche. Allargare la platea del lavoro stabile è anche condizione per difendere la parte pubblica del sistema pensionistico, introducendo le necessarie modifiche, che oggi sempre più espone alla precarietà del reddito, persino alla fine del percorso lavorativo.
Ragionamenti che si riferiscono a esperienze nordeuropee come la flexsecurity decidono di parlare d'altro, perché fanno finta di ignorare le diverse condizioni qui in Italia dell'occupazione femminile e maschile, le possibilità di ricollocazione, la qualità dello stato sociale, la quantità e la copertura dell'indennità di disoccupazione prevista in quei paesi, e il fatto che ovunque, nella crisi attuale, quei modelli sono sotto pressione per capacità di tenuta. È tempo per la Cgil di aprire una trattativa e chiedere alle lavoratrici e ai lavoratori precari e stabili, travolti insieme dal rischio dei licenziamenti, di sostenerla.
* segretario generale della Fiom-Cgil
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