(SEGNALAZIONI). Giuseppina Ficarra ci segnala......

"Mezzogiorno di gloria, torna il Sud riabilitato", di FRANCESCO ERBANI

Propongo all'attenzione dei lettori di ilpuntodue un articolo di Francesco Erbani per risollevarci un pochino dalla depressione profonda dove siamo sempre ricacciati da quanti sostengono che quella dei Siciliani è irrimediabilmente una cultura mafiosa.
Lo storico Giuseppe Carlo Marino ricorre addirittura al concetto di egemonia di Gramsci per dar ragione della presenza di questa cultura mafiosa in parte (ndr.bontà sua) del popolo siciliano.
Si domanda Alcaro, ci dice l'autore dell'articolo, Francesco Erbani, <<perché la mafia (o la camorra o la ' ndrangheta), che dura da qualche secolo, dovrebbe dipendere da codici culturali che invece risalgono a tradizioni millenarie? E perché, ancora, alcune regioni meridionali e non altre, dove pure vigono quegli stessi codici, sono infestate dalla criminalità organizzata?>>
Saluti Giuseppina Ficarra
Mezzogiorno di gloria torna il Sud riabilitato di FRANCESCO ERBANI
Repubblica sezione: CULTURA
Tante volte si legge che molti guai da cui è afflitto il Mezzogiorno d' Italia - la mafia, il clientelismo, il disordine urbano, il mancato o il contorto sviluppo economico - sono solo la conseguenza naturale di come i meridionali sono fatti. Altro non sarebbero, quegli accidenti, che il frutto dei comportamenti e delle culture che le popolazioni del Sud hanno espresso, delle tradizioni accumulate per secoli e in modo irrimediabile sedimentate nella loro antropologia. E' un sentimento nebulosamente diffuso, talvolta accompagnato persino da benevolenza, oltre che un' opinione espressa con varietà di argomenti, in una scala che giunge fino al razzismo più spudorato. In questo magma che soffusamente brontola lancia un sasso Mario Alcaro, professore di filosofia dell' Università della Calabria, allievo di Galvano Della Volpe. Alcaro ha scritto Sull' identità meridionale (Bollati Boringhieri, prefazione di Piero Bevilacqua, pagg. 114, lire 30.000: oggi in libreria), in cui si riabilitano valori, modi e stili di vita che appartengono al Sud d' Italia (ma in genere all' area mediterranea): la pratica del dono e dell' ospitalità, ad esempio, la forza dei vincoli familiari, amicali o comunitari, alcune figure che giganteggiano nel paesaggio meridionale - come il compare -, il prevalere di un archetipo materno, fino al complicato culto dei morti e ai simboli che lo scandiscono. Altro che eredità di cui sbarazzarsi, identità da rinnegare, sostiene Alcaro: è un patrimonio che va purtroppo disperdendosi e del quale andare fieri. Da una decina d' anni il Mezzogiorno viene letto non solo attraverso la lente dell' arretratezza e del divario rispetto al resto d' Italia. Alcuni studiosi - in particolare quelli riuniti intorno alla rivista Meridiana, diretta da Piero Bevilacqua - scrutano la storia delle regioni meridionali "senza il meridionalismo" (per usare l' espressione di Giuseppe Giarrizzo), badando non solo alla "questione" meridionale, ma molto ai "fatti" meridionali. Recentemente sono usciti due libri, diversi fra loro, che vanno in questa direzione: la Storia della Calabria di Augusto Placanica (Donzelli) e Questioni meridionali di Carlo Donolo (L' ancora). Il Mezzogiorno non ha più l' aspetto di un "mondo a parte". E' oscurato da tantissime ombre, ma né la sua storia né il suo presente si limitano ad esse. Preceduto da Franco Cassano, che alcuni anni fa scrisse Il pensiero meridiano, Alcaro prova a verificare sulla storia della mentalità se e quanto sia fondata l' idea di un Mezzogiorno che serba un ricco giacimento di valori assecondando i quali non si recede affatto nella barbarie criminale o nel caos civile e anzi si arriva foderati di umanità e di una certa pienezza di vita all' impatto con una società tecnologica e impersonale. E' come se il Sud si trasfigurasse e diventasse, da zavorra che appesantisce l' ingresso dell' Italia nel novero del moderno, la coscienza critica di questo passaggio, il testimone attivo di quanto sia possibile progredire senza spianare il passato - come farebbe un volgare speculatore armato di ruspa di fronte ai resti di un tempio greco che gli impediscono di costruire un villaggio turistico. Nelle regioni del Sud era molto diffusa la consuetudine del dono, che ancora sopravvive in molte comunità. Il dono, spiega Alcaro, è un' offerta di beni da cui nascono obblighi che rafforzano il legame sociale e rivitalizzano l' ossatura comunitaria. Mette in relazione individui e non, come accade nello scambio mercantile, soggetti anonimi, che restano estranei fra loro e che allacciano relazioni solo per fini di utilità. "Quando ero ragazzo in Calabria", scrive Corrado Alvaro in Itinerario italiano, "vedevo che tutta la vita sociale girava intorno a questi doni stagionali: l' invio delle primizie, dei frutti e degli animali, che si spedivano non soltanto tra vicini, ma da paese a paese". Il laboratorio in cui Alcaro sperimenta questa socialità primaria è la Calabria, una delle regioni meridionali più disastrate. Una specie di Sud del Sud. Ma, connesso al dono, è il sentimento dell' ospitalità, che ha spinto proprio i calabresi ad accogliere nel corso dei secoli varie comunità di profughi - gli albanesi, ad esempio, inseguiti dai turchi, o gruppi di ebrei, fino ai curdi sbarcati qualche mese fa a Badolato e Soverato, dove hanno incontrato una straordinaria benevolenza. Il dono e l' ospitalità rimandano ad un altro pilastro dell' ethos meridionale, la famiglia, cellula di base di organismi più complessi, sia sociali che economici. Qualche decennio fa un sociologo americano, Edward Banfield, condusse un' inchiesta a Chiaromonte, paesino della Lucania, e credette di individuare nella protezione che la famiglia assicurava ai suoi membri, in un presunto sentimento di esclusione verso l' esterno, verso il "pubblico", una delle cause dell' arretratezza meridionale e del mancato sviluppo di una società civile. Banfield lo definì "familismo amorale". Il familismo, è stato detto, si dilata nella clientela, in quella rete di relazioni personali che si sostituisce alle procedure e alle regole di una società moderna. E siamo al punto: i meridionali hanno scarse virtù civiche perché ragionano in termini di favori reciproci e si nutrono di rapporti fra parenti, amici e compari. (Un altro studioso americano, Robert Putnam, ha indicato l' origine del carente civismo nel fatto che mai attecchì al Sud l' esperimento medioevale dei Comuni. Finendo subissato di critiche). Alcaro ribalta il ragionamento. Non è la famiglia a produrre la clientela, che è invece il modo in cui patologicamente molti settori della società meridionale, all' alba dell' Unità, si adattano alla fisionomia che assume lo Stato, al duraturo carattere oligarchico delle sue élites, alla parzialità di molte delle sue amministrazioni, dal fisco alla giustizia. Il clientelismo e la logica di clan si perpetuano - continua Alcaro citando Bevilacqua - perché lo Stato inaugura politiche straordinarie verso il Sud che garantiscono ai ceti dirigenti locali di invocare e intercettare fondi a solo vantaggio delle proprie zone di influenza. Eccolo qui, il clientelismo. La famiglia meridionale non c' entra nulla neanche con la mafia (come altri "stereotipi" siciliani: ne ha scritto con ottimi argomenti Salvatore Lupo), che abilmente usa, deformandoli, alcuni codici culturali della Sicilia. E poi, si domanda Alcaro, perché la mafia (o la camorra o la ' ndrangheta), che dura da qualche secolo, dovrebbe dipendere da codici che invece risalgono a tradizioni millenarie? E perché, ancora, alcune regioni meridionali e non altre, dove pure vigono quegli stessi codici, sono infestate dalla criminalità organizzata? E infine: non è vero che in altre regioni italiane - nelle Marche, in Veneto, in Emilia Romagna - il nucleo familiare è alla base di quella civilizzazione industriale fondata sulle piccole imprese che tanti apprezzamenti riscuote da noi e all' estero? E allora perché la famiglia è risorsa al Centro-Nord e ingombro al Sud? - di FRANCESCO ERBANI
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